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A gna Giuvina a liamara PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Sabato 22 Dicembre 2012 16:32
A GNA GIUVINA A LIAMARA.
A gna Giuvina a liamara.jpg - 34.47 Kb
L'Agave è una pianta che ha la particolarità di fiorire una sola volta in tutta la sua vita e poi morire, tanto da potere azzardare di dire e significare che trattasi di un amore talmente grande che arriva a autodistruggersi,  anche se nell'ottocento, l'Agave ha rappresentato il sentimento della sicurezza e della stabilità, forse perché rapportato al fatto, che questa pianta, data la sua maestosità, non fa immaginare la morte o la distruzione. E’ una pianta alta parecchi metri, robusta con rosetta basale e infiorescenza a candelabro. La pianta vive parecchi anni allo stato di rosetta e poi muore dopo la nascita del frutto. Le foglie sono lunghe fino a 2 metri e larghe 15-20 cm.  dentato-spinose e munite all'estremità di una punta spinosa nera. Dopo alcuni anni spunta al centro della pianta un fusto fiorale che arriverà ad una altezza di 10 mt.  con diametro di 15 c., lignificato e persistente dopo la fruttificazione. Vive nei terreni asciutti freschi e pietrosi. Anche se di origine americana, questa pianta, praticamente rappresenta la Sicilia. Questa pianta riveste un interesse farmaceutico e dalle radici si può preparare un decotto depurativo.
A gna Giuvina utilizzava le sue fibre per la preparazione di corde e grossolani tessuti.  In  estate tagliava le foglie carnose che ripuliva dalle spine e li distendeva al sole affinché si disidratavano. Quando perdevano circa il 60% di acqua, le tagliava longitudinalmente e le faceva essiccare ulteriormente. Dopo le inumidiva e le legava per  formare la "liama", corda che i contadini usavano per legare i covoni di frumento o di fieno oppure per legare la legna. Sempre dall'agave ricavava una cordicella detta "zabbarinu" che otteneva dalla cardatura delle foglie e che veniva usata commercialmente per la tessitura del fondo delle sedie. A gna Giuvina, però, avia un segretu, ca era chiddu chi di l’agave facia puru lu liquori, ca paria acquaviti tanta forti ca scurciava li cannarozzi. Un jornu ci eru li “guardi spiritu” e la ficiru scantari dicennuci:
Gna Giuvina…ni dissiru ca vossia fa lu spiritu di la zabbara e lu vinni a chistu e a chiddu senza chi ci paga li tassi! Ora… natri ci sequestramu tutti sti scecchi e scicchiteddi, cannati e alampicchi!
La Gna Giuvina indignata li guardò con gli occhi spirdati e rispose:
Itivinni, pezzi di cosa inutili! Iu nun fazzu nenti di mali! Li zabbari criscinu suli, e iu nun arrobbu nenti a nuddu! Taliati sti mani comu l’haiu arriddutti!? E parlati puru di siquestru? Iu li ganghi vi rumpu cu stu marruggiu…itivinni!
Le guardie fecero un passo indietro dicendo:
Gna giuvina…gna Giuvina… pi sta vota chiudemu un’occhiu, ma, l’atru arresta apertu!
La gna giuvina capì l’antifona e rivolgendosi alle guardie disse:
Aspittati!
Afferrò due bottiglie di acquavite di zabbara e gliele infilò nel tascappani dicendo:
Attuppativi puru l’avutru occhiu e quannu vi s’avissi a rapiri, passati ca vi l’attuppu!
Dopodichè le guardie se ne andarono, ma come fecero a camminare per la strada non si sa, dal momento che avevano chiuso tutti e due gli occhi.
Totò Mirabile
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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Dicembre 2012 10:11
 

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