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Mastru Carmelinu u cuppularu PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Sabato 22 Dicembre 2012 17:06
Mastru Carmelinu u cuppularu.
Le origini della coppola pare risalgano all'Inghilterra ed addirittura all'epoca medievale. Pare infatti che questo accessorio, così tanto diffuso soprattutto nelle regioni meridionali del nostro Paese, la indossassero gli inglesi di ogni classe sociale e fu soltanto in seguito, dall'inizio del 900, che la coppola divenne simbolo delle classi borghesi anglosassoni. In Italia, arrivò soltanto nella seconda metà dell'Ottocento e pare che si sia diffusa in particolare in Sicilia poiché "importata" dalle famiglie inglesi che frequentavano l'isola. Da quel momento, la coppola fu adottata dal popolo siciliano come accessorio da lavoro, divenendo presto nel tempo come simbolo della cultura siciliana. La coppola è il simbolo per eccellenza della Sicilia, della sua cultura, della sua società, radicato nella mentalità di tutto un popolo, legato alla storia e a tradizioni antichissime, spesso legato soprattutto a luoghi comuni: coppola – lupara - mafioso. Pensando alla coppola si pensa alla Sicilia: conosciamo da sempre questo copricapo come un simbolo legato agli uomini del sud, indossato da contadini e "picciotti" ed é protagonista, tanto quanto lo sono stati i personaggi che l'hanno indossato, di celebri narrazioni della letteratura e del cinema. Strana storia quella della coppola sbarcata in Sicilia con le migliaia di inglesi che lavoravano nell'Isola, utilizzata durante le partite di caccia o le passeggiate in campagna. Occorre dire che la coppola nel Novecento era un semplice berretto per guidare, che si adattava alla moda delle automobili decappottabili. Gli altri cappelli volavano via, la coppola rimaneva salda sulla testa e poi la visiera aveva anche una funzione pratica, proteggeva gli occhi dai  raggi del sole. I siciliani adottarono subito questo curioso copricapo, anche se con qualche differenza rispetto all'originale perché nell'isola si preferì una versione più tondeggiante. Una coppola con la visiera che sprigionava tanta umiltà e tanta passione. Passione quella della coppola, che travalica confini nazionali, entra di prepotenza nella vita di tutti i giorni. Inesauribile fonte ispiratrice la coppola, per stilisti, designer, architetti, artisti, fotografi e pittori che hanno ideato mostre, ribaltato costumi, creato tendenze.
Mastru Carmelinu u panneri nel suo negozio aveva un buon assortimento di coppole tanto che la sua panneria era conosciuta in tutto il circondario.
Al suo negozio facevano la fila durante tutto l’anno e lui aveva un gran da fare in negozio, però non volle mai avere nessun aiutante. Solo la moglie gli dava una mano quando lui faceva il giro per il paese a vendere coppole e stoffe di tanti colori. Un giorno la putìa era piena perché molti clienti avevano bisogno di coppole, ma di quelle di colore nero.
Ma chi successi?
Chiedeva mastru Carmelinu!
Un cliente chiacchierone rispose:
Nenti! Morsi u baruni Palummeddra  e don Pippinu Riccubonu e dumani hamu a ghiri a li funerali!
Morsi u baruni Palumeddra!? E quannu?
Chiese mastru Carmelinu.
Sta notti!
Rispose sempre chiddu.
E don Pippinu Riccubunu?
Chiese Mastru Carmelinu.
‘Nta li matinati!
Rispose ancora chiddu.
E comu fazzu iu… n’haiu sulu ‘na partita di cinquanta e a cinquanta pozzu accuntintari!
Fece osservare mastru Carmelinu.
Nel frattempo pensava di chiedere un prezzo superiore, tanto quelle persone le avrebbero comprato lo stesso.
E comu si fa? Cu si li pigghia prima… e poi chi misuri ci su?
Chiedeva il chiacchierone.
Amuninni cuminciamu! Cu vinni u primu? Mittitivi ‘nfila… a secunnu comu arrivastivu!
Ordinò mastru Carmelinu.
Tutti si disposero in ordine di arrivo, anche se qualcuno non era d’accordo del turno proprio toccato ma, poi, si iniziarono le prove. Ognuno indossava sulla testa la coppola sfirriannusilla tanticcheddra di latu e calannusilla, picca picca, supra l’occhi, tanto da sembrare un malandrino.
Bona mi veni sta misura! Diceva l’acquirente, estraendo dalla sua tasca ‘na libretta nivura, che porgeva a mastru Carmelinu, il quale annotava sulla pagina la vendita di una coppola ed il relativo importo, perché tutti accattavano a crirenza ( a credito ). Mastru carmelinu, a sua volta, estraeva dal suo cassetto un foglio e vi annotava sopra la vendita del prodotto, il relativo importo ed il nome e cognome seguito dalla ‘ngiura (soprannome) per sua memoria. Il pomeriggio passò in fretta, fino a quando le coppole vennero tutte vendute, però, c’erano altre richieste, ma  le coppole erano finite.
E natri comu facemu?
Chiedeva gli altri.
Mastru Carmelinu rispondeva:
Comu ficiru l’antichi… ca si livaru li panzi e si misiru i viddrichi! ‘Nca comu hati a fari?! Sintiti a mia: Dumani quannu iti a li funerali, chiddri chi hannu a coppula si mettinu vicinu a li parenti e chiddri chi nun’hannu si mettinu darreri. Di poi, chiddi chi ci fannu li cordoglianzi, appena finiscinu, ci la prestanu a chiddri chi nunn’hannu e accussì accumiramu la facenna!
Disse mastru Carmelinu.
Bonu è accussì mastru Carmilinu, bona a pinsastivu!
Dissero alcuni.
Di poi, quannu finisci u funerali du baruni Palumeddra, faciti lu stessu ‘nto funerali di don Pippinu Riccubonu!
Concluse mastru Carmelinu.
E così dicendo, quelli rimasti senza coppole, si accordarono con quelli che avevano comprato le coppole e salutando se ne andarono.
L’indomani ci fu prima il funerale du baruni Palummedda e le cose si svolsero secondo i piani stabiliti e nella tristezza di quel funerale, con marcia funebre suonata dalla banda locale, c’era la soddisfazione di mastru Carmelinu nel vedere quel corteo procedere con tutti gli uomini che indossavano le sue nere coppole, mentre le donne con fazzoletto legato in testa (fatto di stoffa e venduta da mastru Carmelinu  a tarda sera alle donne dopo aver venduto le coppole). Dopodichè, ci fu il funerale senza banda di don Pippinu Riccubonu e anche qui le cose si svolsero come previsto. Occorre dire che don Pippinu era soprannominato “Riccubonu” perché era un burgisi di quelli facoltosi, ma schettu e senza figli, con una miriade di nipoti, i quali altro avevano da pensare che a far suonare la banda musicale al suo funerale, ma, bensì, non vedevano l’ora di spartirsi la sua eredità.
Mastru Carmelinu aveva adottato in un certo senso il dono  dell’ubiquità dal momento che avendo venduto solo cinquanta coppole, indossate in due funerali diversi, era come se ne avesse vendute cento. Un principio che andò molto in voga in quel periodo.
Totò Mirabile
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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Dicembre 2012 17:07
 

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