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Mastru Lunardu l’anciddraru PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Sabato 22 Dicembre 2012 17:07
Mastru Lunardu l’anciddraru.
L' Euphorbia (Tassu) è una pianta arbustiforme, verde con rami cilindrici, nudi in basso e molto fogliosi in alto. Foglie lanceolate, coriacee con infiorescenze ad ombrella sulla parte terminale dei rami che si presentano all'inizio della primavera e vegeta a quote molto basse. Sono molto diffuse anche altre varietà di euforbia. Il latice secreto dalla pianta è tanto urticante che può venire utilizzato, al pari del latice del Ficus, per bruciare i porri e le verruche. I semi e la polvere delle radici hanno proprietà purgative. Per uso esterno provocano arrossamento della pelle, revulsive ed urticanti, proprietà che un tempo venivano utilizzate per curare i dolori reumatici. Nella medicina popolare di un lontano passato pare che il latice, molto diluito, venisse usato, per via interna, come energico purgante e, a diluizioni ancora maggiori, come emetico. L'euforbia era impiegata per la depurazione di vasche ed abbeveratoi dalle sanguisughe e dagli insetti acquatici infestanti. Successivamente al trattamento, per un certo periodo, l'acqua non poteva venire utilizzata per abbeverare gli animali, dato che questi la rifiutavano. Si ha notizia che certi popoli orientali la usassero contro il morso dei serpenti. Da molte popolazioni africane, il latice era considerato una specie di siero della verità: inoculato nelle pupille dei presunti colpevoli, se questi fossero rimasti anche temporaneamente accecati, come accadeva puntualmente, i malcapitati venivano considerati responsabili dei delitti ad essi attribuiti. In caso di incendi la parte aerea delle piante viene completamente distrutta, a causa dell'alta combustibilità del legno. Dopo il passaggio del fuoco, tuttavia, Euphorbia tende ad espandersi notevolmente grazie sia alla ricostituzione della chioma, preferibilmente di individui giovani, sia alla propagazione per seme. Il fuoco dunque sembra favorire la propagazione di questa specie, tanto che un lungo periodo senza incendi può ridurne la presenza nella vegetazione di un territorio, in quanto le giovani piante hanno notevoli difficoltà di sopravvivenza con la progressiva chiusura delle chiome della vegetazione circostante.
Un tempo questa specie veniva utilizzata per la pesca di frodo d'acqua dolce e mastru Lunardu l’anciddaru, altro modo di pescare le anguille di fiume non conosceva e cioè quello legale che consisteva di “ parare “ il fiume con una serie di lenze. Ogni lenza era lunga circa sei metri da cui pendevano quattro cinque lenze alla cui cima c’era posto un amo dove andava infilzata l’esca consistente in un lombrico per ogni amo. L’anciddraru preparva le lenze con accuratezza, dopodiché, iniziava a risalire il fiume legando le cime della lenza madre a due pietre di cui una la tirava all’altro lato in modo che la lenza si stendesse trasversalmente al letto del fiume e l’l’altro capo lo posava legato alla pietra vicino ai suoi piedi, mettendo una’altra pietra sopra per segnale. Continuava a risalire il fiume gettando un’altra lenza distante dalla prima circa cinque metri e così via fino ad esaurire le lenze che aveva preparato. Alla Fine di aver “Parato” il tratto di fiume pensava a costruire il giaciglio dove passare la notte. All’indomani mattina, munito di una canna alla cui cima aveva inserito un pezzo di legno, iniziava la discesa “strastriddriannu” con la canna nell’acqua fino a ripescare la lenza che sollevava delicatamente, dove dalla stessa, pendevano le anguille che avevano abboccato e che si agitavano in aria come dei serpenti.
L’anciddraru tirava la lenza a riva e pazientemente liberava l’anguilla dall’amo e la deponeva nella rena in modo da non scivolargli dalle mani e perderla. Successivamente la deponeva in una grande latta con dell’acqua dentro e con tappo ermetico bucherellato in modo da fare entrare l’aria. Una pesca delle anguille questa che era regolamentare secondo i regolamenti di pesca fatti osservare dalle guardie forestali, oltre al fatto che l’anguilla non subiva maltrattamenti o avvelenamenti diversi. Mastru Lunardu, invece, era un pescatore di frodo, perché, incurante dei regolamenti, tagliava la pianta del “ Tasso” e lo buttava nella “ nache “ conche dei fiumi, dove l’acqua era più abbondante e profonda.
Appena inseriva gli arbusti velenosi nell’acqua, le anguille stordivano e venivano a galla e lui con mano lesta le prelevava e le infilava dentro un sacco.
Molte anguille gli sfuggivano, come pesci e granchi e, così, finivano trasportati dalla corrente ormai prive di vita.
Le guardie forestali si accorgevano di queste morie e sapevano benissimo che era opera di Mastro Lunardu, però, non lo avevano potuto beccare mai sul fatto.
Un giorno si appostarono di buon mattino e lo sorpresero intendo a “tassare” il fiume.
Mastru Lunardu! Chi stati facennu?
Gridarono le guardie.
Mastro Lunardu appena vide le due guardie lasciò tutto e se la diede a gambe, ma le guardie gli corsero dietro  fino a quando l’acciuffarono. Lo legarono e lo portarono in paese dai carabinieri.
Dopodiché,  mastru Lunardu venne condannato a pagare una multa molto salata e venne condotto dal notaio per sottoscrivere l’impegno a pagare  ogni mese una somma invece di fare il carcere.
A quei tempi, non solo per la pesca di frodo era previsto ciò ma anche per il vizio del gioco e per l’omosessualità che spesso si consumava nei fondaci dei vari paesi.
Totò Mirabile
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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Dicembre 2012 17:09
 

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