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U cistaru di Chiusa PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Sabato 22 Dicembre 2012 17:17
U cistaru di Chiusa
( Me patri Piddru mmurrituru)
L’esistenza dell’arte di intrecciare ceste e canestri si perde nella notte dei tempi.
Di sicuro non esistono popoli che non abbiano posseduto o non possiedano una tecnica per intrecciare canestri, cestini e altro.
Quella dell’intreccio è, dunque, tra le più antiche arti manuali praticate dall'uomo.
Le fibre vegetali usate per l’intreccio sono tantissime e variano a seconda dei luoghi e della tipologia di manufatto che si intende realizzare.
La nostra civiltà contadina e pastorale si serviva e si serve della canna, dei virgulti d’olivastro, di olmo, di salice, della palma nana, dell’ampelodesmo (liama), del giunco, dell'agave, della rafia, della paglia, dei culmi delle spighe, della canapa, ecc.
Quello del cestaio era un mestiere vero, ma con l’avvento della plastica, i contenitori fatti di tale materia hanno visto ridimensionare questa attività artigianale, limitandola a diventare un’attività del genere souvenir.
Un mestiere praticato nei grossi centri fino a qualche tempo fa, dove lavoravano botteghe a tempo pieno, con più di un addetto e in grado di produrre ceste, panieri e altro per i vari usi domestici, per la campagna, ecc.
Nei piccoli paesi, invece, essendo più scarsa la domanda, pochi erano gli artigiani che  svolgevano questo mestiere a tempo pieno, anche perché, i contadini nei periodi morti della stagione agricola erano capaci di intrecciare canne e oleastri per uso personale, oltre al fatto che c’erano persone, che pur svolgendo un altro mestiere, avevano la passione dell’intreccio e nel tempo libero realizzavano ceste e panieri di una bellezza unica, che regalavano ad amici e parenti senza nessun tornaconto personale.
Uno di questi, se permettete, è stato il mio genitore, il quale non si sa quante ceste e panieri realizzò nella sua vita, sta di fatto che, quando passò a miglior vita, la cosa impressionante che ho sentito dalla bocca dei tanti chiusesi che vennero a casa a porgerci le condoglianze era sempre quella:
Eppuru iu l’haiu un ricordu du zu Piddu! Mi fici un panareddu tantu amurusu e beddu ca mancu haiu avutu lu curaggiu mai di usallu!
Questa frase e altre simili mi rimbombano ancora nelle orecchie, proprio per la quantità di persone che testimoniavano ciò, affermando di avere ricevuto in regalo una cesta o un paniere fatte dalle sue mani.
Io da ragazzo assistevo all’esecuzione di questi capolavori dell’arte dell’intreccio che praticava mio padre ed imparai la tecnica, ma non riuscì mai a farne uno come lo sapeva fare lui.
Cestaio per caso tanto per "ammazzare" il tempo con un piccolo laboratorio sommerso di ceste e panieri.
Aveva iniziato questa attività con il rifare l'impagliatura ad un vecchio bottiglione e poi a poco a poco, prendendoci gusto, aveva continuato a cimentarsi in lavori d’intreccio sempre più impegnativi.
Mi diceva che imparò a coltivare questo hobby sin da ragazzo ed aveva perso il conto di quanti “carteddi e cartiddruna avia fattu”.
Le verghe di oleastro o di olmo se li faceva lui stesso alla fine della sua giornata di lavoro di cantoniere ANAS.
L'oleastro dopo raccolto lo lasciava a deposito per circa una settimana e poi,  prima di lavorarlo, se era troppo asciutto, lo metteva a mollo per qualche ora e lo utilizzava senza togliere la corteccia,  mentre se gli serviva bianco lo privava della sottile corteccia appena raccolto.
La canna, invece, la raccoglieva e la lasciava a stagionare per oltre quattro mesi.
Poi la “scurciava” con la falce, cioè  eliminava le foglie, quindi, la riduceva a strisce, quattro o cinque, per tutta la sua lunghezza, adoperando dei coltelli tanto affilati che occorreva saperli ben maneggiare.
Le tecniche di realizzazione erano diverse ma quella che io ricordo era la più semplice.
Stabilita la grandezza e la forma circolare “tunnu” o ovale “ a navetta”  del paniere, le ceste di solito erano sempre rotonde, si preparavano i montanti “tramatura”, dodici  grossi “ittuna” della lunghezza preventivamente stabilita, di cui sei venivano “sciaccati” spaccati al centro per inserire gli altri sei.
Questa era una fase difficile e bisognava stare attenti perché i “tramatura” erano le fondamenta e dovevano formare una resistente croce.
A questo punto si cominciava a tessere il fondo con gli altri “ittuna” più sottili fino a completare il fondo, che veniva ripulito tagliando le parti sporgenti ed inutili con quei taglienti coltelli.
Si selezionavano le colonne (ittuna) abbastanza lunghi che andavano inseriti nel fondo e poi rigirati e legati con un laccetto al centro, come a formare una gabbia.
Se si faceva un paniere, alcune colonne laterali ed opposte dovevano essere più lunghe delle altre perché poi avrebbero formato il manico.
Ottenuto lo scheletro della cesta o del paniere si procedeva a fare sempre con  “ ittuna” la treccia di base, dopodiché, si iniziava a tessere le canne fino a raggiungere l’altezza stabilita.
A questo punto si faceva la treccia, avente funzione di bordatura, intrecciando le cime delle colonne rimaste e se era il caso se ne aggiungevano altre.
Questa operazione veniva fatta con l’aiuto delle “Canneddre”, attrezzi del cestaio, che altro non erano che delle canne vuote appuntite che si inserivano nella treccia per aiutare ad infilare le colonne rimaste e per realizzare la treccia finale.
Dalle colonne più lunghe, come detto, intrecciandole si otteneva il manico del paniere e, così, dopo una bella pulitura, mediante taglio delle parti fuoriuscenti, il paniere o la cesta era ultimata.
Una considerazione: forse è più facile farlo il paniere che descrivere il metodo di come realizzalo.
Oltre al tradizionale panaru, confezionava ceste, canestri, cufina per il trasporto a spalla di materiali pesanti, di pietre, per vendemmiare, per le olive, cufinedda per catturare le anguille che conservo nel mio museo e rivestimenti per damigiane, bottiglie, bottiglioni.
Questo antico mestiere, oggi è quasi scomparso, però quando ancora capita di vedere una cesta o un paniere con dell’uva dentro o con dei fichi o con qualsiasi altra frutta, ritornano subito alla mente i ricordi e  le atmosfere del passato.
Totò Mirabile.
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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Dicembre 2012 17:19
 

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