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U mulinu du Giurfu PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Sabato 22 Dicembre 2012 17:13
U mulinu du Giurfu.
A 80 Km da Palermo, si trova il Comune di Chiusa Sclafani, piccolo centro collinare che con la sua frazione di San Carlo, formava un paese di circa 6000 abitanti prima che si mettesse in moto il fenomeno dell’emigrazione. 
Procedendo dalla parte che dal paese che conduce verso Palermo, a poche centinaia di metri dalla cosiddetta “biviratura di la punta paisi” una piccola strada sterrata porta dopo circa 300 m. di cammino alla piccola chiesa di San Gregorio, in località “ Chianu Rizza” e proseguendo sempre a valle si giunge in località “ Giulfo”, ad uno dei rari mulini ad acqua, "Il Mulino dei Butera”, che ne divennero proprietari per acquisto intorno agli anni cinquanta da certo Piddru Maniscalco, una  struttura muraria risalente a tanti anni fa, un mulino  ad acqua ormai ridotto ad un rudere, ma che, comunque, potrebbe essere ristrutturato, considerato che riveste un’importanza monumentale per Chiusa Sclafani. Ricco di storia e di momenti importanti della vita chiusese, é situato a valle tra due colline, ad una altezza di 600 m. circa sul livello del mare. Il mulino è posto all'argine di un torrente e per essere azionato necessitava dell'acqua del torrente, (incanalata attraverso una condotta muraria, alla fine della quale c’era una graticola di ferro che faceva da filtro per impedire il passaggio di eventuali pietre che di solito si accompagnavano con l'acqua e da dove l'acqua veniva riversata nella torre) che precipitando dalla sua sommità, riusciva a muovere una ruota costituita da pale che a sua volta collegata tramite un asse, muoveva un'altra ruota di pietra dura che macinava il frumento per produrre un'ottima farina. Solitamente era uso dei mugnai della zona farsi pagare la prestazione con un “muneddu” di farina ogni 50 chili di grano macinato. Il munneddru era un contenitore di legno o di latta corrispondente ad una unità di misura, equivalente a circa un chilo ma variabile di zona in zona. Durante il periodo fascista il grano da macinare veniva nascosto nelle sporte insieme ai panni sporchi e si faceva finta di andare al fiume a lavare i panni, per evitare che ciò che veniva prodotto in più dovesse essere consegnato.
Il mulino “du Giurfu”, in generale, è ricco di storia ed é stato un punto cruciale per le popolazioni della zona. Il mulino, come detto, è in disuso ed è stato oggetto di saccheggiamenti da parte di gente senza scrupoli, di gente che non ha capito che il mulino era ed è un monumento  che andava conservato gelosamente. Si dovrebbe provvedere ad una urgente manutenzione del mulino per ricreare i pezzi di ricambio in legno e in ferro, oltre ad una manutenzione muraria per la stabilità dell’immobile. I proprietari, affinché un'opera così importante non vada persa definitivamente, dovrebbero cercare in tutti i modi di farlo sopravvivere, coinvolgendo anche l’amministrazione comunale di Chiusa Sclafani, al fine di farlo diventare efficiente ed al solo scopo di renderlo fruibile ad una utenza turistica con eventuali visite guidate. Il mulino “du Giurfu” è strettamente legato al rito della “lavatina” della lana di pecora e, pertanto, faccio un breve cenno a questo momento, in cui in allegria, si passavano alcuni giorni, come se si andasse ad una scampagnata, perché era occasione di grandi e corposi banchetti, consumati all’aperto tra scherzi e risate di tutti. Occorre, quindi, dire che i pecorai dopo aver tosato le pecore (pura lana vergine), a Chiusa la vendevano a coloro che avevano i figli da sposare per riempire i materassi che costituivano la dote della sposa. La lana naturalmente doveva essere pulita mediante un lungo lavaggio, affinché si eliminasse l’odore di pecorume e, pertanto, con amici e parenti si andava “ o Giurfu”, dove spesso si era costretti a passare tre quattro giorni fuori e si approfittava della presenza in loco del mulino per trascorrere la notte.  La tosatura avveniva all’inizio dell’estate, in modo di alleggerire il vello delle pecore, altrimenti queste avrebbero sofferto il caldo. Gli uomini si occupavano del trasporto della lana e le donne provvedevano a lavarla perché ancora sporca. Arrivati al fiume la bollivano in una “quarara” (pentola molto grande) insieme a del sapone fatto in casa ed iniziavano a lavare e risciacquare numerose volte. Infine, veniva messa ad asciugare al sole su grandi teli bianchi o stesa nelle “cordine”. Una volta asciugata, si portava nelle proprie case e qui si separava a seconda del colore e del pregio.
Totò Mirabile.
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Ultimo aggiornamento Sabato 22 Dicembre 2012 17:14
 

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