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Relazioni 2000/2010 PDF Stampa E-mail
Scritto da Totò Mirabile   
Martedì 18 Gennaio 2011 03:17

www.museomirabilemarsala.it

ANNO 2000
Inaugurazione   
DELLA NASCITA DEL «MUSEO MIRABILE DELLE TRADIZIONI ED ARTI CONTADINE» DI MARSALA
L’idea di un museo della cultura materiale relativa al vissuto della nostra Sicilia prese formale avvio il 01 Aprile 2000 con la  costruzione del locale da adibire a Museo, finalizzato alla ricerca, recupero e conservazione di strumenti di lavoro e suppellettili in uso nel nostro territorio nella passata civiltà contadina e artigianale, individuate dal sottoscritto come obiettivo primario. Dopo la costruzione si procedeva a  l’inventariazione di tutto il materiale. L’accurata operazione informatica giungeva, puntuale, al suo perfezionamento agli inizi dei primi di giugno del corrente anno 2000. Un mese dopo, si giungeva alla sua felice conclusione ed alla realizzazione del percorso didattico-espositivo e quindi consentirci oggi, primo luglio 2000, di procedere all’inaugurazione della  polivalente struttura museale. Così, è oggi a disposizione della collettività un inedito strumento di conoscenza.
Gli oggetti (zappe, aratri, falcetti, basti in legno e in ferro, chiavi, antiche serrature ecc.) raccolti da Totò Mirabile sono stati catalogati utilizzando delle schede computerizzate. Di ogni oggetto è stato indicato il nome con il rispettivo termine dialettale, e i dati relativi al donatore o del venditore. L'idea del museo è nata nel lontano 1968 anno in cui si verificò il terremoto nella valle del Belice. Proprio in quei giorni, dal momento che faceva freddo, si era d’inferno, a gennaio, noi ragazzi andavamo in giro a raccogliere legna per bruciarla la sera vicino le tende allestite alla bisogma dove la notte si dormiva con parenti ed amici, perché si aveva paura ancora del terremoto. La sera tutti recitavano il rosario fino a quando ci si addormentava nelle sedie a poltrona. Col passare dei giorni la legna cominciò a scarseggiare e cosi si dovette ricorrere ad utilizzare vecchi mobili e quant’altro fosse di legno e tale da potere ardere. Si entrava nei vecchi e cadenti magazzini alla ricerca di ciò he potesse servire. Tante cose che venivano prelevate, perdonatemi se potete, io non li accatastavo per il fuoco, anzi le nascondevo nel magazzino di donna Giovannina Schifani, che avevamo in affitto. Avvertivo dentro di me una sorta di ribellione, come se mi piangesse il cuore a dovere distruggere quegli oggetti che per anni ed anni erano stati frutto di tanti sacrifici e compagni di lavoro. Cosa mi venne facile recuperare in quel periodo. Vecchie cassepanche ancora in buone condizioni, maidde, scanaturi, tavulera, sedie, scalette, manici di legno. Poi con il trascorrere delle stagioni avvenne la modernizzazione e molte cose risultarono superate e pressoché inutili. Il mondo contadino cambiò modo di lavorare la terra e molti artigiani dovettero chiudere bottega a causa dell’industrializzazione. La conseguenza fu quella che si abbandonarono moltissimi mestieri e l’attrezzatura usata dagli artigiani divenne inutile, anzi era d’impaccio e dovette cedere il posto. Il carretto fu sostituito dal camion, cosicché il magazzino divenne garage,  la stalla diventò autorimessa per officina o lavaggio. Tutti i locali adibiti a magazzini attrezzi vennero svuotati per dar posto ai negozi, ecc. Le cose del passato venivano distrutte e se qualcuno, come me, le chiedeva, i proprietari ben volentieri te li davano, anzi ti ringraziavano pure per avergli tolto il pensiero di dove andarle a buttare. Cosicché andavo in giro a raccogliere a poco a poco ciò che io intuivo potesse avere caratte culturale. Certo, non ho fatto una scuola particolare per questo, del resto anche a volerlo fare, non ce nerano e poi ripeto non si era entrati in quest’ottica anzi venivo criticato. Sapete cosa diceva la gente?  Ma ca fari!? Ma ettali sti cosi inutili!  Certo molte cose erano veramente inutili e ripeto ancora non tutti erano dotati di  avere fiuto, in Sicilia si dice “aviri nasu”, per riconoscere se un oggetto doveva essere conservato o restaurato per conservarlo. Ecco che finalmente nel lontano 2000 pensai di assemblare gli oggetti per petterli a disposizione di tutti. Tutto ciò però andava fatto con un lavoro preparatorio di ricerca d'ambiente, di educazione al rispetto del territorio e alla conservazione delle testimonianze che in esso si trovano. La ricerca non si è limitata solo al territorio circostante ma ha cercato di spaziare attraverso la conoscenza dei vari musei e raccolte della Civiltà contadina sparsi in tutta l'Italia, con particolare attenzione a quelli della Sicilia includendo, senz’altro, nelle mie gite d'istruzione del giro di tutti i luoghi di Sicilia  alcuni Musei importanti che hanno fatto da volano per tutti gli amatori delle cose del passato lontano o prossimo che sia. (Masseria Lombardo di Bronte, Museo ibleo delle arti e delle tradizioni popolari di Modica, Museo etnografico G. Pitrè di Palermo, Casa Museo di Palazzolo Acreide) che hanno permesso l'osservazione diretta di alcuni ambienti dell'epoca. Il museo, quindi, costituisce, inoltre, una novità didatticamente stimolante per gli alunni che, nelle varie visite guidate previste dalla programmazione d'Istituto, potranno trovare spunti e suggerimenti ora per approfondire l'aspettò storico e linguistico ora per indagare quello prettamente folcloristico e leggendario. L'obiettivo principale è stato soprattutto quello di recuperare le tradizioni, gli usi e i costumi del passato (racconti, canti, nenie, proverbi, indovinelli, formule magiche ecc.) cercando anche di conservare i beni culturali presenti nel territorio .
Totò Mirabile

2001

I falò d'agosto       
Scritto da salvatore    
I falò d’agosto - 14 Agosto 2001 – ore21,00. La Notte dei Falò nasce come rito propiziatorio nel XVII secolo.E’ la Festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della comunità contadina. I primi falò venivano accesi per scacciare la peste, che nel 1656 solo a Nusco fece registrare ben 1200 vittime. In tutto il Regno di Napoli, alla fine del XVII secolo, veniva distribuito il pane di Sant’Antonio, preparato con la parte più pura del grasso di un maiale in tenera età. Si trattava di una sorta di unguento per curare l’infezione da Herpes Zoster, detto il “fuoco di Sant’Antonio”. I falò venivano quindi accesi per purificare i luoghi ma anche i corpi, invocando le virtù taumaturgiche di Sant’Antonio. Fuoco: distruzione e rigenerazione. Tanti sono i miti e leggende in Sicilia legati al fuoco (Empedocle, I Fratelli Pii). Ciò non è un caso, ed è dovuto sia alla difficile convivenza tra i suoi abitanti e l'Etna, il cui fuoco, creatore e distruttore, ha per secoli incarnato l'eterna battaglia tra Bene e Male, sia al valore del fuoco inteso come elemento di purificazione e di rinascita, e perciò presente negli antichi riti, in occasione di solstizi ed equinozi, giunti sino a noi in forma cristianizzata. Al fuoco distruttore, precedentemente citato (Mascali e Rosemarine) si abbina il fuoco rigeneratore legato al solstizio d'inverno, e alla nascita del Bambino Gesù. I romani anticamente offrivano fiaccole e candele accese a Saturno nel mese di dicembre, in occasione del solstizio d'inverno (i Saturnali), per ringraziarlo di avergli insegnato la coltivazione dei campi. Oggi quest'usanza, cristinanizzata, vige ancora. La notte di Natale si accendono nelle Piazze, davanti alle Chiese, i falò, le vamparigghie, x riscaldare il Bambino Gesù. I fedeli assistono e cantano accompagnati dalla banda (Barrafranca), o dal suono della cornamusa (Piazza Armerina). Nella zona etnea i falò sono detti zucchi (dai grossi ceppi di legno usati per accenderli) e la festa natalizia è detta zuccata. Anche a Messina c'è il rito dello zucco, ma i falò nn vengono accesi di fronte alle Chiese, ma nelle sciumare, nei corsi asciutti dei fiumi, per propiziare l'abbondanza d'acqua. Una curiosità: a Siracusa il fuoco ha carattere esoterico. Il falò non viene acceso per Natale, ma la notte di Capodanno, utilizzando tronchi di arancio o limone, le cui fragranze aromatiche sprigionano molto fumo che si eleva in cielo. I fedeli lanciano tra le fiamme incenso (simbolo del cammino dell'anima verso il cielo.Rappresenta le preghiere elevate alla divinità, ed è tipico delle religioni orientali, solo in un secondo tempo fu usato dai cristiani), zucchero e sale, noto sin dall'antichità per le sue caratteristiche divine. Era usato infatti sia nei riti di espiazione che in quelli di purificazione. La vigilia del ferragosto, dunque,  vede l’organizzazione di grandi falò che hanno lo scopo di scacciare le forze del male che si aggirano e di ritardare l’arrivo della nuova stagione. l giorno successivo, il 15 agosto, in tutta la Sicilia si festeggia con grandi cerimonie la “Festa della Madonna Assunta” con antiche cerimonie che trovano riscontro nell’antico proverbio “Austu e riustu è capu d’invernu” (trascorso il mese di agosto, è l’inizio dell’inverno). La festa rappresenta il momento in cui l’estate si avvia al suo declino e il fuoco raffigura uno dei momenti principali della purificazione. Altrettanto importante è l’acqua, per questo si ha la consuetudine di organizzare i falò in spiaggia e accorrere in massa al bagno di mezzanotte, di valore purificatore e propiziatorio. Il culto dell’Assunta con le feste e le cerimonie di ferragosto è assai importante in Sicilia, ricordiamo a riguardo alcune località che organizzano eventi particolari: Palermo con la sfilata dei Cerei, Messina con la processione della Vara, Agrigento con le danze nella Spiaggia di Seccagrande e Trapani con la processione condotta dai marinai vestiti di bianco. Le origini.Traendo spunto da antichissimi popoli (uno per tutti, quello degli egiziani) che nel mese più caldo erano soliti festeggiare il capodanno, Ferragosto deve il suo nome al latino Feriae Augusti, termine con il quale l'imperatore romano Augusto decise di indicare l'insieme di festeggiamenti che secondo la tradizione si svolgevano proprio nel mese che portava il suo nome. Queste giornate di festa raggiungevano il culmine proprio il 15 del mese ed erano così radicate nella mente del popolo che quando la Chiesa raggiunse il dominio fu costretta a rinunciare all'idea di eliminarle, ovviando con una cristianizzazione che nel VI secolo portò alla nascita della celebrazione dell'assunzione in cielo di Maria, festa che per mano di Pio XII divenne un dogma di fede nel 1950. Gli antichi culti: Come già detto il mese di Agosto era il capodanno per gli antichi Egizi, e pare lo sia ancora per i copti egiziani. Per i Greci era un mese da dedicare ad Athena.  A Roma invece, si festeggiavano i Neptunalia, feste dedicate al dio Nettuno mentre ancor prima a si festeggiavano Ercole Invitto Trionfatore e Diana Aventina. Un'usanza molto bella, vissuta in modo simile anche nel periodo di Yule (periodo di Natale), era quella che vedeva servi e padroni insieme per condividere la festa. L'usanza era quella di recarsi al tempio sull'Aventino e successivamente nei boschi per dei veri e propri pic nic. Oggi: Ovviamente anche oggi è possibile assistere a feste e funzioni di vario genere che, a seconda della regione, mutano per giorno ed usanza.  Per quanto riguarda l'aspetto religioso, in alcune città della Sicilia si svolgono delle processioni, alcune di queste anche in mare, mentre a Sassari, in Sardegna ci sono i 'candelieri' che per usanza fanno il giro dell'intera città. In tutta Italia è possibile assistere a cerimoniali commemorativi che fondono la tradizione cattolica con quella regionale. Per quello che invece riguarda le feste, oltre ai tipici falò da spiaggia, in diversi paesini di provincia si terranno cavalcate, gare con l'arco e feste dal tipico sapore medievale, in alcuni casi coadiuvate da sagre piene di pietanze prelibate, cavalcate, gare con l'arco e feste dal tipico sapore medievale, in alcuni casi coadiuvate da sagre piene di pietanze prelibate.

Totò Mirabile

ANNO 2002

I quadri di Totò Mirabile - 10 Novembre 2002
Sono un pittore autodidatta e la passione per il disegno ce l'ho fin dalla nascita.
Inizialmente ho appreso le tecniche pittoriche da alcuni libri di pittura che possiedo e, così, piano piano, sono riuscito ad imparare a dipingere, capendo quanto fosse difficile.
Fin da giovanissimo mi sono appassionato alla pittura, infatti, durante le vacanze estive, considerate le modeste risorse economiche che mi passavano i miei genitori, mi vedevo costretto a lavorare con mio cugino Peppino Caldarera, il quale di mestiere faceva l’imbianchino.
All’epoca, superato il periodo di imbiancare le pareti interne delle case con latte di calce bianca, a volte azzuolata, il lavoro di “ Pitturi “ consisteva nel dipingere le pareti delle stanze con la “ Cementite”, una sorta di pittura che veniva preparata con la cosiddetta “colla mattolina”.
Si scioglieva in acqua la colla, che sembrava bambagia, e si otteneva un miscuglio vischioso che andava scolato con un colino fino a farlo diventare fluido.
Dopodiché, si allungava con acqua fino ad ottenere un miscuglio adatto a pitturare le pareti.
A tale miscuglio si potevano aggiungere delle gocce di colore, a seconda della tinta che si voleva fare.
Era un lavoraccio e meno male che, dopo un po’ di tempo, inventarono il “ducotone”, che sostituì definitivamente la cementite.
Naturalmente si pitturavano anche le porte interne con lo smalto e le porte e finestre esterne con vernice ad olio.
In alcune case gentilizie, nel soffitto delle stanze e nei sopraporta interni, c’erano degli affreschi, che necessitavano di essere restaurati, riproducendo, talvolta,   parti mancanti.
Mio cugino mi propose di fare questo lavoro perché naturalmente era più leggero, diceva lui, considerato che io ero uno studente e non ero abituato alla fatica.
Io ci ho provato ed il lavoro è venuto bene, tanto da ricevere i complimenti dal proprietario di una casa in cui eravamo intervenuti, un certo don Camillo, impiegato del Comune.
Questa fu la prima esperienza, ma ne seguirono tante altre, fino a quando diventai collaboratore del valente pittore Peppino Lombardi, che di mestiere faceva anche lui l’imbianchino.
Questi aveva bisogno di un lavorante che sapesse bene dipingere le porte interne con la vernice a smalto.
Dipingere con la vernice ad olio era facile, ma dipingere con quella a smalto era difficile e non tutti ne conoscevano la tecnica di come stenderla col pennello.
Modestamente, tutti  dicevano che io lo sapessi fare molto bene, visti i risultati ottenuti, e, così, diventai collaboratore del grande Peppino Lombardi.
Diventammo subito amici, anche se già ci conoscevamo, e, dopo il lavoro, sempre d’estate, lo andavo a trovare nel suo studio, dove dipingeva i suoi quadri, cosicché appresi da lui alcune tecniche di pittura.
Peppino era ed è un grande pittore, tanto che io l’ho chiamato sempre Maestro.
Di questo grande Maestro della pittura ho osservato molto attentamente le opere e la tecnica che adoperava, riscontrando una particolare originalità nei suoi meravigliosi dipinti.
Non so se definirmi pittore, però ci sono dei pittori che, dopo una peripezia estetica preliminare, trovano loro stessi e si identificano con un segno, un geroglifico, una immagine, una linea, che li consegna alla memoria degli uomini e, più propriamente, alla storia dell’arte.
Ciò è accaduto anche a me e, finalmente, dopo tanti tentativi, mi vennero in mente le opere pittoriche di tanti artisti, ma restai particolarmente colpito dai colli vertiginosi delle donne di Modigliani.
Cosicché, mi sono messo allo specchio del mio inconscio e ne congelai le pulsioni in una formula espressiva, cessando di essere sperimentale e di appartenere alla schiera dei vagabondi del pennello, che continuano imperterriti a cercare un proprio genere estetico, spesso ineffabile.
Non mi sembra proprio che io faccia parte di questo gruppo di avventurieri a riposo, perché, anche se io ho inseguito attraverso gli anni un mio geroglifico virtuale, non ho mai deciso di averlo trovato e non l’ho mai fatto mio.
Benché non sia un artista sperimentale nel senso dei pittori informali, o cinetici, del nostro tempo, resto, se si sa vedere al di là delle apparenze, uno sperimentatore irriducibile, ospite di un perpetuo laboratorio dell'arte.
Se è vero che molti dei miei quadri, i ritratti di donna, sembrano riecheggiare lungamente gli uni negli altri, è necessario prestare maggiore attenzione, guardare al di là degli stessi, perché l'evidenza è spesso fuorviante.
Ogni ritratto rimanda a una qualche peripezia stilistica del tutto nuova, che mi è congeniale, o a delle citazioni perigliose, come quando alludo a Modigliani, colli a parte, nell'ovale un po' anamorfico dei volti.
Si tratta, però, sempre di esche visive, le vorrei chiamar così, che si spengono sul nascere, spiazzate da una espressività del tutto mia, da un progetto pittorico derivante dall’ispirazione personale del momento.
C’è un particolare comune a tutti i miei quadri, e cioè, l’aver voluto rappresentare i soggetti dipinti con gli occhi neri, per dire che oggi occorrono tutti e due gli occhi per guardare dentro noi stessi; questo particolare mi differenzia dal Modigliani, che ha dipinto occhi piccoli, uno di un colore diverso dall'altro, uno nero che guarda dentro di sé e uno azzurro che guarda il mondo.
Egli ha uno stile tutto suo, molto originale e personale, che riflette gli eventi che hanno caratterizzato la sua vita.
Modigliani ha uno stile che è l'unico del periodo in cui è vissuto: volti allungati e collo lungo.
Versifica in pittura, scrive versi col pennello, e la sua metrica non è fatta di accenti, ma di colori.
Alcuni mi hanno definito un poeta che dipinge, anche se  scrivere realmente è la mia vera passione.
Vorrei passare dalla tela alla pietra, dalla pietra al metallo, per lasciare nelle opere la mia inquietudine d'artista, inquietudine di cercare e cercarsi, che ho già sottolineato come mio peculiare stile di vita, tradotto perpetuamente in arte.
E' anche vero, però, che mi sono visto spesso cercatore insonne di tesori di bellezza e ho scovato in me stesso un archetipo che m'accompagna attraverso gli anni, angelo ausiliatore, sempre meravigliosamente congruente.
Alcuni  vogliono riportarmi sulle tinte piatte e segnate di Modigliani.
Voglio chiamare in causa queste mie opere, con cui ho voluto evidenziare che occorre andare oltre le apparenze:
MODI’ ALLO SPECCHIO  Olio su tela  ( cm. 30 x cm.40)
La coppia di Modì trasformata da me dando le spalle allo specchio rifiuta il passare del tempo;
All’improvviso, nelle mie opere, le coppie si dividono e vengono rappresentate insolite figure di uomini solitari.
L’uomo in lotta con la tentazione spesso decide di stare solo e si apparta, si chiude in se stesso e diventa solitario:
L’INTELLIGENTE - Olio su tela  ( cm. 30 x cm. 40)
L’uomo intelligente non sprecherà mai il tempo perché sa ciò che disse il saggio: “Il tempo fugge e non si arresta un’ora”.
L’uomo delle mie opere ad un certo punto non è più solitario e sperimenta la compagnia:
GIOCATORI DI BOCCE - Olio su tela  ( cm. 50 x cm. 70)
Due ragazzi giocano a bocce concentrandosi sulla loro azione senza tener conto del tempo.
Questi uomini aspettano, come Adamo, che giunga la loro Eva. Ecco allora che nelle mie opere appare la donna:
DONNA PELATA - Olio su tela  ( cm. 40 x cm. 40)
La donna extraterreste chissà quanto tempo ha impiegato per arrivare tra le bruttezze di quei nuovi palazzi di Città
Anche nei  quadri con più soggetti e gruppi si trova lo stesso filo conduttore:
GRUPPO DI FAMIGLIA - Olio su tela  ( cm. 40 x cm.60)
Procreare è un attimo ma ci  vuole tempo per crescere una nuova vita.
Ancora nelle quattro stagioni si riscontra lo stesso filo conduttore “il tempo” scandito in quattro periodi così rappresentati:
LA PRIMAVERA  -  Olio su tela  ( cm. 30 x cm. 40)
Una donna volge le spalle ai mostruosi grattacieli, frutto delle correnti di pensiero del tempo moderno, che si elevano in un cielo azzurro primaverile.
I ritratti trasmettono lo stesso messaggio, cioè il tempo, però i essi sono di persone vere, persone che non fanno parte della mia fantasia, ed il trascorrere delle stagioni
da costoro viene vissuto realmente con gli occhi aperti per vedere bene la realtà ed osservarla così come si presenta senza osare di camuffarla.
RITRATTO DI MIO PADRE - Olio su tela  ( cm. 40 x cm. 60)
Il genitore ritratto con i capelli e la barba bianca  svolge un solitario con le carte da gioco cercando di  far passare il tempo.
In tutto questo dipingere il tema dominante è la malinconia che il trascorrere del tempo lascia negli individui fino a che hanno la barba bianca.
I VECCHI - Olio su tela  ( cm. 40 x cm.60)
Due anziani amici con la barba bianca e bastone si avviano lentamente alla loro meta.
O con la consapevolezza del tempo passato che porta a intraprendere un nuovo viaggio che apre nuovi orizzonti.
LA PARTENZA - Olio su tela  ( cm. 40 x cm.60)
Una donna con valigia in mano intraprende un nuovo viaggio per raggiungere nuovi orizzonti dove il tempo non è necessario.
Avere svolto questo tema attraverso la pittura non è stato facile a causa di impegni lavorativi, di famiglia e di salute.
Pertanto, il lavoro è stato svolto nei ritagli di tempo e quando si manifestava l’ispirazione.
L’ispirazione, infatti, non è una cosa che si tira dal cassetto, essa arriva all’improvviso o meno che te lo aspetti.
Quando viene non si deve rischiare di perderla e anche se non si è forniti di tele, colori  e pennelli occorre conservare l’immagine nella mente, oppure prendendo appunti facendo degli schizzi o descriverne l’immagine per poi elaborarla realizzando al più presto l’opera.
Oggi tutto ciò è facile, perché tutti possediamo un cellulare con il dispositivo foto incorporata.
Basta scattare una foto e l’immagine che si vuole trasformare in pittura é bella e conservata.
Comunque, io sono del parere che un’opera d’arte vera nasce da una ispirazione che va tradotta istantaneamente per sconfinare dall'universo della pittura in quello della poesia.

Totò Mirabile
 

Primo Presepe Statico 23/12/2003

PREMESSA
Prima edizione
La realizzazione del Presepe ha coinvolto tutti i membri della famiglia Mirabile, amici e parenti. Infatti, ciascuno ha messo a disposizione la propria esperienza e il proprio lavoro: dai giovani agli anziani. Idee ed iniziative di tutti hanno permesso a questa prima edizione di curare l'ambientazione affinché sia sempre più idonea al periodo storico rappresentato, in modo da incuriosire e soddisfare i visitatori, ma anche per trasmettere loro l'universale messaggio umano e cristiano sempre attuale.
La Storia del presepe: Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività.Nei loro brani c'è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia.Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, "in una mangiatoia perché non c'era per essi posto nell'albergo" (Ev., 2,7); dell'annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall'altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell'infante e la verginità di Maria. Così, si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marce llino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l'adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l'originale iconografia:
-il bue e l'asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani;
-i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell'uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l'umanità: la semita, la giapetica e la camita, secondo il racconto biblico;
-gli angeli, esempi di creature superiori;
-i pastori come l'umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell'infante. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità:-l'incenso, per la sua Divinità,-la mirra, per il suo essere uomo,-l'oro perché dono riservato ai re.A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l'adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.
In queste opere dove si fa evidente l'influsso orientale, l'ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento. ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all'evento rappresentato.Dal secolo XIV la Natività è affidata all'estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell'intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi.Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma.Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all'interno delle chiese nel periodo natalizio.Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.Nel '600 e '700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l'impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell'epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari.Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani.A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio
In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.
Sempre nel '700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel '800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l'arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l'uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa.A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti.Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De' Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.Oggi dopo l'affievolirsi della tradizione negli anni '60 e '70, causata anche dall'introduzione dell'albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell'Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d'Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

Il Presepe Napoletano:
A Napoli si ha notizia del presepe già nel 1025, in un documento che menziona la Chiesa di S. Maria del presepe, e nel 1324 quando viene citata ad Amalfi una "cappella del presepe di casa d'Alagni".Nel secolo XV compaiono i primi "figurarum sculptores" che realizzano sacre rappresentazioni in chiese e cappelle napoletane - le più importanti sono quelle dei presepi di San Giovanni a Carbonara dei fratelli Pietro e Giovanni Alemanno, San Domenico Maggiore, Sant'Eligio e Santa Chiara. Sono statue lignee policrome a grandezza naturale colte in atteggiamenti ieratici di intensa religiosità, poste davanti ad un fondale dipinto.
Verso la metà del 1500, con l'abbandono del simbolismo medioevale, nasce il presepe moderno per merito, secondo la tradizione, di San Gaetano da Thiene che nel 1530 realizza nell'oratorio di Santa Maria della Stelletta, presso l'Ospedale degli Incurabili, un presepe con figure in legno abbigliate secondo la foggia del tempo.
Nel corso del secolo iniziano anche a comparire i primi accenni al paesaggio in rilievo che sostituisce quello del fondale dipinto; al bue e all'asinello - unici animali presenti nella rappresentazione - si aggiungono via via cani, pecore, capre.Durante il '500 si intensifica anche la costruzione dei presepi con figure di dimensioni sempre più ridotte fino a giungere alla realizzazione del primo presepe mobile a figure articolabili, allestito dai padri Scolopi nel 1627.Il secolo d'oro del presepio a Napoli è il '700 e coincide con il Regno di Carlo III di Borbone, sovrano mecenate che riporta la città partenopea al livello delle più ferventi capitali europee, alimentando una meravigliosa fioritura culturale e artistica, testimoniata anche dalla magnifica produzione presepiale.Cambiano le tecniche di realizzazione del "pastore" - termine con il quale s'individua qualsiasi personaggio presepiale - sostituendo la statua scolpita, la cui realizzazione richiedeva troppo tempo, con manichini con un'anima di fil di ferro, arti in legno e teste di terracotta ricavate da piccoli stampi, che avevano anche il pregio di poter essere articolati come richiedeva il personaggio, rappresentato nell'atto in cui veniva colto, dando l'impressione del movimento.Il "figurinaio" diviene una vera e propria professione, che coinvolge anche le donne di casa adibite al taglio e cucito delle vesti, con specializzazioni diverse, nella realizzazione di pastori, di animali di strumenti di lavoro e musicali, di prodotto dell'orto e minuterie varie tutti riprodotti in scala.ra questi eccelle Giuseppe Sammartino e per gli animali Saverio Vassallo. Nasce lo "scoglio", una sorta di sperone roccioso che, a seconda delle dimensioni può ospitare la scena del "Mistero" (Maria, Giuseppe, Gesù, Angeli, bue e asinello) o costituire la base per tutto il paesaggio presepiale.
La grotta, con una miriade di Angeli che scendono dall'alto viene sempre più spesso sostituita con le rovine di un tempio pagano; la scena della Natività è sempre più defilata e quasi soffocata nello scenario circostante sovrabbondante di personaggi e paesaggi, nei quali spicca il corteo dei magi reso più esotico dal seguito dei "mori" abbigliati con vesti orientali dai colori   sgargianti.Aumenta il numero dei personaggi che diventano folla di contadini, pastori, pescatori, artigiani, mendicanti, popolo minuto e notabili, tutti colti nelle loro attività quotidiane o in momenti di svago, nei mercati, nelle botteghe, taverne, vie e piazze in scorci di vita cittadina o paesana. Il presepe diventa una vera e propria moda.Lo stesso re, abile nei lavori manuali e nella realizzazione di congegni, si circonda di scenografi, artisti e architetti.
Fra questi G. B. Nauclerio che, attraverso tecniche di illuminazione, simulava il passaggio dal giorno alla notte e viceversa e ancora Cappello e De Fazio nonché il dilettante Mosca impiegato e geniale presepista.La regina e le dame di corte confezionano minuscoli abiti per i manichini con le stoffe tessute negli opifici reali di San Leucio.Il presepio immenso, viene allestito in alcuni saloni del Palazzo Reale di Napoli, con centinaia di personaggi e una gran cura per i dettagli.
I nobili naturalmente imitano il sovrano rivaleggiando tra loro per sontuosità e ricchezza dei materiali utilizzati: gemme preziose, magnifiche stoffe catturano l'attenzione del "popolino" - ammesso nelle case patrizie per ammirare il presepio - forse più della scena stessa.
Famosi i presepi allestiti per il principe di Ischitella, con i Magi abbigliati con vesti dove brillavano innumerevoli gioielli. Il presepio si diffonde anche presso il popolo partenopeo, anche se in forma naturalmente meno sontuosa; ogni casa ha comunque il suo presepio seppure con pochi "pastori" raggruppati su un minuscolo "scoglio", dentro la "scarabattola", una teca da appendere al muro o tenere sul comò.E' tale la frenesia del presepe di Napoli da suscitare le pur bonarie critiche dell'architetto Luigi Vanvitelli che nel 1752 scrivendo al fratello Urbano a Roma, definisce il presepe una "ragazzata" pur rilevando "l'abilità" e la "efficace applicazione" dei napoletani così "goffi nel resto".E' chiaro che il presepe settecentesco, non a caso definito cortese, di sacro conserva ben poco.
Si rivela più una esperienza mondana dei nobili e ricchi borghesi: l'avvenimento e il passatempo principale delle festività natalizie, quando il re e la corte visitavano i presepi più rinomati della capitale del regno che talvolta riuscivano a stupire anche la regina come accadde a Carolina nel 1768, alla visita del presepe allestito nella chiesa di Gesù Nuovo.Tuttavia l'universalità e la spettacolarità che si accompagnano all'evento presepio del '700 e le critiche che ne conseguirono, nulla tolgono alla valutazione del fenomeno come concreta espressione d'arte barocca naturalistica, né ai suoi caratteri di tangibile documento storico, descrittivo dei costumi, delle usanze e delle tradizioni del popolo napoletano in un'epoca che vide Napoli splendida capitale di cultura e d'arte e meta irrinunciabile di colti viaggiatori italiani e stranieri.Dopo il regno di Ferdinando IV il presepe cominciò a decadere.La maggior parte dei presepi furono definitivamente smontati, i pastori venduti o dispersi.
Di questi fantastici presepi non è giunto fino a noi quasi nulla. Tra i pochi salvati, va ricordato il magnifico allestimento Cuciniello, donato dallo scrittore Michele Cuciniello alla città di Napoli e conservato nel Museo della Certosa di San Martino.
Il prresepe siciliano:
In Sicilia l'arte presepiale pur risentendo degli influssi della scuola napoletana, specialmente per quanto riguarda l'ambientazione - riproduzione di scene di vita quotidiana in paesi e con personaggi isolani - e talvolta la tecnica - manichini in legno e fil di ferro con vesti di stoffa - presenta tuttavia diversi caratteri originali variabili a seconda delle provenienze geografiche.Quattro sono le aree dove in particolare si sviluppa un artigianato presepiale fortemente caratterizzato: i territori di Palermo, Siracusa, Trapani e Caltagirone.A Palermo e nel siracusano, dove l'apicultura è molto diffusa, fin dal '600 si usa la cera per plasmare statuine di Gesù Bambino e poi interi presepi.In quest'arte si distinguono i cosiddetti "Bambinai" che operavano a Palermo nella zona della chiesa di San Domenico tra il '600 e il '700; tra loro un caposcuola fu Giulio Gaetano Zumbo del quale si può ammirare un presepe al Victoria and Albert Museum di Londra e Giovanni Rosselli ricordato da una sua opera al Museo Regionale di Messina nonché Anna Fortino, Giacomo Serpotta e Anna La Farina.I Bambinelli sono di fattura raffinata, impreziositi da accessori d'oro e d'argento, ieratici nell'espressione e rappresentati con una croce in mano.
Nel '800 sono rinomati i "cerari" siracusani che producono presepi interi o Bambinelli dall'espressione gioiosa o dormienti, recanti nelle mani un agnellino, un fiore o un frutto e immersi in un tripudio di fiori di carta e lustrini colorati dentro teche di vetro (scarabattole).
Tra loro eccellono Fra' Ignazio Macca, del quale si conservano alcuni presepi nell'eremo di San Corrado a Noto e nel Museo Bellomo di Siracusa e Mariano Cormaci ricordato dal presepe in cera a grandezza naturale sito nella grotta di Acireale.Notevole anche il presepe conservato nel palazzo Vescovile di Noto, che rappresenta uno spaccato di vita contadina, composto da 38 figure inserite nel paesaggio dei monti iblei.A Trapani per la fattura dei presepi si utilizzano materiali nobili e soprattutto il corallo, da solo, come in epoca rinascimentale, o insieme all'avorio, alla madreperla, all'osso, all'alabastro e alle conchiglie, nel periodo barocco e rococò, quando alla composizione centrale della Natività fanno corona architetture in stile d'epoca dove si rappresentano scene fantasiose e simboliche.Splendidi esemplari quelli esposti ai musei Pepoli di Trapani e Cordici di Erice.A Caltagirone, città produttrice di ceramiche fin dal '500, i presepi sono realizzati in terracotta e rappresentano come cornice alla Natività, scene di vita contadina e pastorale animate da personaggi tipici di quella civiltà come il pastore che dorme, lo zampognaro, il venditore di ricotta o il cacciatore.La migliore produzione qualitativa di presepi in terracotta policroma si ebbe tra la fine del '700 e la prima metà dell'800 con la bottega dei fratelli Bongiovanni, Giuseppe e Giacomo e con il nipote Giuseppe Vaccaro eccellente artista.Tuttavia già agli inizi del '700 operavano artigiani rinomati come i "santari" Branciforti e Margioglio che contribuirono ad imporre Caltagirone anche come "Città del presepe".in genere nell'intero territorio isolano ebbe grande diffusione a partire dal '600, il presepe costruito con la tecnica usata nella produzione di statue d'altare: statuine in legno rivestite di stoffe immerse in un bagno di colla per renderle rigide e dai colori brillanti.Tra i più noti presepisti del genere il caposcuola Salvatore Matera, il Nolfo, il Ciotta, i Pisciotta e i Tipa.
Il prepe romano
La prima testimonianza in assoluto dell'arte presepiale a Roma, si ha con le statue di legno scolpite nel 1289 da Arnolfo Di Cambio e conservate nella cripta della Cappella Sistina della Basilica di Santa Maria Maggiore.Successivamente sono le cronache del frate francescano Juan Francisco Nuno ad informare, nel 1581, sull'uso ormai da tempo diffuso a Roma, di allestire presepi in monasteri e luoghi di culto ed in particolare nella Chiesa dell'Aracoeli dove era specialmente venerata la statua del Bambinello che si dice opera di un frate francescano che l'aveva intagliata in un tronco di ulivo del Getsemani, trafugata il 1° febbraio del 1994 e non più ritrovata.
Nel '600 la nobiltà romana inizia ad esporre presepi nei propri palazzi, opere sontuose in linea con lo stile barocco dell'epoca, commissionate ad artisti famosi come il Bernini del quale si ricorda un presepe realizzato per il Principe Barberini.Anche il '700 mantiene viva la tradizione dei presepi nelle case patrizie ma chiese e monasteri non sono da meno come attestano le grandi statue della natività in San Lorenzo, i presepi di Santa Maria in Trastevere e Santa Cecilia.Ma è nel '800 che la realizzazione di presepi si diffonde a livello popolare grazie alla produzione a basso costo, con gli stampi di innumerevoli serie di statuine in terracotta modellate da artigiani figurinai tra i quali anche il ragazzo Bartolomeo Pinelli famoso in seguito come pittore della Roma del suo tempo.Sono tuttavia le famiglie più importanti per censo e ceto sociale a realizzare in gara tra loro i presepi più imponenti, ricostruzioni di paesaggi biblici o di scorci della campagna romana caratterizzata da alberature di pini e olivi, costruzioni rustiche e rovine dell'antichità, da mostrare non solo a parenti e amici ma anche a concittadini e turisti, richiamati da fronde di rami appesi ai portoni a somiglianza d'insegne.Sono rimasti famosi quello della famiglia Forti, posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in Via De' Genovesi, riproducente il paese di Greccio e la scena del presepe vivente voluto da San Francesco o quello di padre Bonelli nel portico della chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del Lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.
Nel presepe romano più usuale, il paesaggio agreste fa da sfondo alla grotta in sughero, sovrastata da un tripudio di angeli in volo sulle nuvole, disposti in nove cerchi concentrici che pongono la Natività al centro della scena, una scena povera sia nella rappresentazione dei personaggi, pastori con le greggi e contadini al lavoro con i loro animali, sia nelle architetture, case modeste e locande di campagna tra resti di archi e acquedotti antichi, tipici dei luoghi rappresentati.A partire dalla seconda metà del novecento, l'ambientazione cambia e vengono proposte zone caratteristiche della Roma sparita, demolite per far posto all'urbanizzazione di Roma capitale, ma conservate al ricordo dagli acquerelli dell'artista tedesco E. Roessler Franz, che fotografano la Roma papalina e le sue irripetibili atmosfere.
Il presepe pugliese:
La straordinaria ricchezza di fonti narrative, evangeliche e popolari, ha consentito, sin dal XIV secolo, di differenziare anche in Puglia la rappresentazione della Natività da quella del Presepe.Questo passaggio può essere colto proprio in una chiesa francescana, quella di Santa Caterina a Galatina.In una arcata ribassata nella controfacciata della navata sinistra, un grande affresco, con la rappresentazione della Natività, fa da sfondo ad un più plastico presepe in pietra attribuito allo scultore Nuzzo Barba, sullo scorcio del XV secolo.E' unanimemente ritenuto il più antico presepio di Puglia di cui sopravvivono però solo gli elementi centrali: la Vergine, il Bambino, San Giuseppe e il Bue e l'Asino.E' nel corso del XVI secolo tuttavia che la rappresentazione presepiale con scultura in pietra, trova la sua massima affermazione, cominciando poi un lento declino nel XVII secolo per ricomparire in seguito, sul finire del Settecento, in forme differenti, influenzate dalla voga napoletana dei presepi vestiti che in Puglia si trasforma in presepe in cartapesta o terracotta.E' Stefano Putignano nel corso del XVI secolo lo scultore più fortemente plastico che impagina vasti ed antichi presepi a Grottaglie, Polignano a Mare, Martina Franca.Ma altri artisti come Paolo da Cassano, a Cassano Murge e Bitritto; Altobello Persio ad Altamura, Tursi e Gallipoli, arricchiscono il panorama del secolo, nel corso del quale è forse Gabriele Riccardi ad inscenare, per la Cattedrale di Lecce, il più raffinato presepe che occupa tutto un altare, dove, nel fastigio, sono collocati la Cavalcata dei Magi e i Pastori adoranti e, sulla mensa, il gruppo della Natività.
Attribuito un tempo al Riccardi, ma oggi ritenuto di uno scultore ancora anonimo, è un bel presepio a rilievo a Torre S. Susanna, come anonime sono le tre figure in pietra, dipinte, della Natività di Manduria.corso del Seicento e del Settecento, altari dedicati al presepe, come nella Chiesa del Rosario a Lecce, ruotano spesso attorno al dipinto centrale. La religiosità popolare riprende vigore nell'Ottocento, quando, con alterna qualità i cartapestai del Salento e diLecce  iniziano una tradizione viva ancora oggi.Primo protagonista ne fu Mesciu Pietru de li Cristi, soprannome del primo cartapestaio documentato con una statua di San Lorenzo in Lizzanello del 1782.Il suo nome era Pietro Sugente (1742-1827) e fu il maestro (mesciu) di una schiera di grandissimi scultori della cartapesta nell'Ottocento, quasi tutti ricordati col loro soprannome: segno questo di una dimensione tutta paesana, quasi familiare e umile della loro attività.Nel secolo scorso si passa dalle grandi statue per altari, alle piccole statue per i presepi.Cominciò un certo Mesciu Chiccu Pierdifumu a modellare pupi da presepe in creta, che poi, aiutato da sua moglie Assunta Rizzo, "vestiva" con pezzi di stoffa alla napoletana per le misure più piccole e con fogli di drappeggiati di carta imbevuta di colla per le misure più grandi (fino a 30 cm.) in cui il corpo veniva ridotto a uno scheletro di fil di ferro e stoppa.Così, impercettibilmente, si passò dal classico pupo napoletano al classico pupo leccese.
Accanto all'attività degli artisti professionisti si assiste ad una vera e propria germinazione spontanea di artisti popolari, tra i quali spicca la classe dei barbieri di Lecce, che intorno al 1840 cominciarono ad imitare i cartapestai e, nelle lunghe ore libere del loro lavoro con pettine e forbici, si dettero a modellare sia la carta pestata che la creta con le mani, i bulini e gli stampi.Tra gli esempi più belli vanno annoverati certamente quello dell'Istituto Marcelline di Lecce del 1890, realizzato da Manzo e De Pascalis ed Agesilao Flora; quello frammentato del Guacci, oggi al Comune di Lecce e quello di Michele Massari, poliedrico artista novecentista, anche presso il Comune di Lecce.
Il presepe Ligure:
L'arte presepiale in Liguria nasce e si sviluppa in età barocca specialmente a Genova dove più numerosa è la committenza delle famiglie dominanti per blasone e censo nella repubblica da poco costituita.Le prime produzioni consistono in statuine intagliate nel legno, dorate e dipinte che prendono a modello sculture in marmo, paliotti d'altare, trittici, quadri riproducenti Natività e Adorazioni dei Magi, che si trovano nelle chiese della città e del circondario, opere di artisti come il Gagini, l'Orsolino, il Foppa, il Brea, il Bergamasco, il Semino, i fratelli Calvi.Il fenomeno procede di pari passo con il costume devozionale delle processioni durante le quali era usanza trasportare a spalla grandi statue di legno dipinte (che già agli inizi del XVII sec. erano rivestite con abiti d'epoca), commissionate dalle varie Confraternite come quelle del "Presepio" e dei "Re Magi".Da qui la creazione di figure lignee di più modeste proporzioni a formare presepi simili a quello riportato dalle cronache, costruito da padre Alberto Oneto nella chiesa di Santa Maria di Monte Oliveto a Multedo di Pegli.La miniaturizzazione dei personaggi presepiali, eseguite anche con materiali preziosi o di pregio come l'oro, l'argento, l'avorio, l'alabastro, avviene negli stessi laboratori e scuole di scultura e pittura ad opera degli stessi artisti che si affermeranno successivamente come orafi, pittori, scultori tra i più richiesti.Tra questi i "Pippi" figli di Filippo Santacroce, della cui scuola era allievo l'altrettanto famoso Gerolamo del Canto e ancora Giovanni Battista Castello che tra i materiali usati privilegiò la tartaruga e il laboratorio di Domenico Bissoni e del figlio Giovanni Battista Gaggini da Bissone, il Piola, Francesco Costa e numerosi altri. Nel corso del '600 e soprattutto nel '700 si moltiplicano i personaggi che compongono la scena presepiale ligure, ai pastori si aggiungono contadini, artigiani, nobili e popolani, paggi, mendicanti e animali da pascolo e da cortile.La dilatazione della produzione determina nuove scelte tecniche e impone una rivoluzione del gusto: non più statuette lignee dipinte ma manichini di legno abbigliati con vesti ora povere ora sontuose a seconda del personaggio rappresentato.L'abilità dell'artista si concentra sulle teste, sui volti dagli occhi di vetro, sulle mani, in quelle parti cioè che sole rimangono scoperte; di questo nuovo stile è caposcuola Anton Maria Maragliano con un linguaggio figurativo di maniera ma raffinato che si fece più realistico negli atteggiamenti e nelle espressioni delle immagini, solo molto più tardi ad opera di artigiani liberi ormai dalla sua influenza.A questo punto sono le vicissitudini storiche a determinare la seconda e più duratura svolta dell'arte presepiale ligure causata dal nuovo ordinamento democratico e libertario frutto della Rivoluzione Francese, importato in Liguria dall'esercito napoleonico.Sotto i colpi francesi tramonta il vecchio ceto dominante e con esso si estingue praticamente la committenza nobiliare e borghese e tuttavia le tendenze gianseniste tese a eliminare le pratiche religiose folcloriche non attecchiscono tra la popolazione urbana e nel contado dove la gente rimane fedele alle proprie tradizioni devozionali.Così all'inizio del '800 proseguono nelle chiese liguri le sacre rappresentazioni su testi in vernacolo e in lingua, famoso "il Gelindo", interpretate dai fedeli come testimonia in una sua relazione il diplomatico conte Nigra che vi partecipò da bambino.In ugual modo si mantiene viva la tradizione del presepe che ora, dovendo soddisfare le esigenze di ceti meno abbienti, perde le sue preziosità scenografiche e la sontuosità delle vesti e degli accessori per ridimensionarsi in una produzione di serie, riferita a pochi modelli raffiguranti popolani e popolane con i loro modesti indumenti e le loro povere offerte, ordinati in piccole composizioni da esporre in famiglia nelle case durante il periodo natalizio.Ma il costo del legno e del lavoro artigiano, per questione di tempi inadatto a produzioni massive, rendono il prezzo del presepe fuori della portata della maggior parte della gente.Sono maturi i tempi per l'avvicendamento della terracotta al legno e della formatura a stampo.Il passaggio dal lavoro artigianale a quello industriale avviene quasi naturalmente, favorito dalle fornaci esistenti a Savona e nella contigua Albisola, che da epoca immemorabile, forse già nei secoli del tardo Impero Romano, producono oggetti in ceramica.L'idea è data dai calchi di figure plastiche usate già nella seconda metà del '700 dall'officina di Giacomo Boselli e alla cessazione delle attività di questa, ereditate dalle officine del Savonese che insieme a molte altre utilizzazioni, se ne servono per ricavarne anche figure presepiali di terracotta.L'argilla compressa negli stampi creati appositamente su modelli tradizionali dai "figurinai", sottoposta a monocottura, viene stampata in statuette che successivamente venivano dipinte a freddo con vivaci colori.Questo procedimento comportava prodotti di rozza fattura, pur se ingentilita dal retaggio settecentesco, come lamentano studiosi della materia di inizio secolo, ma permetteva prezzi alla portata di tutte le borse.moltiplicano così i "figurinai" dei quali il più celebre, lo scultore di Savona Antonio Brilla, ancora bambino, preparava le statuine caratterizzandole ognuna come portatrici di un dono diverso per il Bambinello: canestri di frutta, verdura e pane, zucche, cavoli, pollame, capretti, piccioni, pesci che daranno l'impronta rivelatrice della tipologia presepiale ligure del '800.Alla produzione industriale si affiancò ben presto ad Albisola quella casalinga quando le officine che producevano stoviglie in terracotta verniciata, cominciarono a sfornare anche statuine modellate e dipinte dalle madri, mogli e figlie delle maestranze di quelle fabbriche, esempio di lavoro in nero ante litteram.Le statuine, riproduzioni di personaggi popolari, denominate spregiativamente "macacchi" ossia balorde perché malamente abbozzate e dipinte in maniera naif, venivano smerciate nell'annuale mercato di Santa Lucia che si svolgeva il13 dicembre a Savona.Le figurinaie domestiche avevano tutte un soprannome che le individuava quasi a costituire il marchio di fabbrica: "Campanàa", "Circia", "Fata Geìnìn", "Nanìn a Cioa", "Tere a Russa", "Mominìn" fino all'ultima depositaria di questa ingenua ma poetica forma di artigianato, Beatrice Schiappapietra che ha operato ad Albisola fino al 1970.Ultimi epigoni dell'arte presepiale ligure, gli scultori Arturo Martini e Tullio Mazzotti che negli anni '20 progettarono presepi fissi in ceramica, nello stile improntato ai canoni estetici proposti dal movimento futurista.
Il presepe vivente di Greccio: Nel Natale 1223 San Francesco realizza in Greccio con l’aiuto della popolazione locale e di Giovanni Velìta, signore dei luoghi, un presepe vivente con l’intento di ricreare la mistica atmosfera del Natale di Betlemme, per vedere con i propri occhi dove nacque Gesù.Tutto fu approntato e, con autorizzazione di Papa Onorio III, in quella notte si realizzò il primo presepio vivente nel mondo.I personaggi che nella notte del 1223 animarono il “Presepio di San Francesco” sono quelli tramandati dalla tradizione e dalle fonti storiche, gli scritti di Tommaso da Celano e San Bonaventura:- San Francesco: che nel suo peregrinare giunge sul monte di Greccio nel 1208, dove incontra Messer Giovanni Velìta e la popolazione locale per farli partecipi della sua idea e chiedere la collaborazione necessaria alla realizzazione del progetto; Giovanni Velìta: Signore di Greccio, discendente dai conti di Celano e della famiglia Berardi, che divenne grande amico del Santo e con lui collabora al progetto.Nonostante la sua avanzata età, non esitò a raggiungere San Francesco sui monti di Greccio per convincerlo a trasferirsi nel borgo e la, nei pressi di Fonte Colombo, il Santo di Assisi gli espresse il desiderio di rivivere a Greccio il mistero del Natale di Betlemme;- Alticama: figlia di Guido Castelli, Signore di Stroncone, sposa di Giovanni Velìta, che partecipa attivamente all’evento costruendo con le sue mani il simulacro del Bambino Gesù;
-gli Araldi: guardie e servi fedeli del nobile Velìta che lo assistono in ogni sua attività e si recano in tutta la valle a convocare le genti per il Natale di Greccio;
 - i Nobili: cortigiani testimoni degli avvenimenti di quella mistica notte, vissuta al seguito del loro signore; - i Frati: compagni di Francesco, che lo seguivano fedelmente dovunque come Frà Leone, Rugino, Angelo, tre seguaci che in futuro, da Greccio, diedero testimonianza scritta della vita di San Francesco nella “Leggenda dei tre Compagni”;- il Popolo infine che accorre in massa al richiamo degli araldi portando ceri e fiaccole per rischiarare quella notte speciale, risalendo la selva con canti e preghiere animato da una fede profonda risvegliata in loro dal poverello di Assisi.In questi luoghi nacque e si sviluppò il santuario del Presepe di Greccio, ove dal 1973 ogni anno, come da tradizione, viene rievocato fedelmente l’Evento.’idea di rappresentare il primo presepe vivente è stata di P. Valerio Casponi e oggi alla sua realizzazione partecipano circa cento persone tra figuranti e struttura tecnica, impegnati nella rappresentazione che si svolge a Greccio il 24 e 26 dicembre e il 6 gennaio. L’azione scenica si compie in quattro quadri:- nel primo “San Francesco alla Cappelletta” si narra dell’arrivo del Santo sui monti di Greccio dove si costruirà un rifugio, quello appunto chiamato “Cappelletta”; - nel secondo, detto del “Lancio del Tizzo”, si può vedere il Santo che giunto nell’abitato di Greccio, sollecitato dalla popolazione locale, decide di stabilire la sua dimora nel luogo dove andrà a cadere un tizzo ardente lanciato da un fanciullo dalla piazza di Greccio.
Per un prodigio, secondo la tradizione, il tizzo andò a cadere nel luogo dove sorge l’attuale Santuario Francescano; - nel terzo “Giovanni Velìta a Fonte Colombo”, si assiste all’incontro del Signore di Greccio e di San Francesco, che si trovava a Fonte Colombo per la stesura della Regola dei Frati Minori, durante il quale il Santo esprime il desiderio di rivivere a Greccio la scena della Natività e ne sollecita l’aiuto;- nel quarto e conclusivo, si rivive l’atmosfera di quella notte santa del 1223 con la nascita del Bambinello mostrato al popolo da San Francesco.La leggenda vuole che il simulacro del S. Bambino si animasse tra le mani del Santo, benedicendo la folla riunita.
Il presepe statico del Museo Mirabile-Edizione 2003
Il Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine di Marsala, sito in c/da Fossarrunza n.198, appartenente alla Frazione di Terrenove/Bambina, nell’ambito dei programmi fissati ed in prossimità delle festività natalizie 2003, ha allestito, per la prima volta,  il Presepe.Si tratta di una rievocazione della natività di Gesù bambino mediante la costruzione di una scenografia realistica miniaturizzata degli ambienti di una volta, nella quale sono inseriti i classici personaggi “presepali”.L’originalità di questo presepe è che le casette, che formano l’agglomerato del paesello di Betlemme, sono state costruite dallo stesso fondatore del Museo, Totò Mirabile, utilizzando circa trent’anni fa dei piccoli pezzettini di legno di mogano, frutto dello scarto di lavorazione di porte interne (Bussole) che furono prelevati dalla bottega artigianale di falegnameria del suocero Cavalier Ignazio Parrinello.Le casette sono state costruite con la tecnica dell’incollaggio dei legnetti usando lo stesso sistema adoperato per la costruzione delle grandi abitazioni.Risultano, così, essere veramente originali nel loro stile specialmente la fortezza di Pilato, che sembra un vero castello dell’epoca.I personaggi sono sparsi qui e la, a seconda dei mestieri o della scena che rappresentano.Le montagne sono state realizzate con pietre vere aventi particolari forme e studiate per l’utilizzo stesso del Museo, mentre il deserto è realizzato con sabbia gialla vera.Nel fiume scorre acqua vera che scende dalla cima del monte azionando un piccolo rubinetto e la stessa va a depositarsi in un lago a livello costante, in modo che l’acqua che vi sopraggiunge defluisce mediante uno scarico mimetizzato.I personaggi, tutti  di plastica, non sono in movimento e risalgono ad una quarantina di anni fa.La grotta si differisce dalle altre case perché assume la forma di una capanna.Diverse sono le figure dei mestieri:Il pecoraio, il cacciatore, il muratore, il macellaio l’arrotino,il pescivendolo, il pescatore, la filatrice, il fabbro, il mugnaio, il fornaio, il fruttivendolo, ecc.Diverse sono invece le figure dei viandanti:La portatrice d’acqua, il contadino con asino carico di legna, il pecoraio con sulle spalle un capretto, la donna con dei capponi, il mendicante, lo spirdato, il carrettiere, ecc.Lambientazione della capanna è la solita con Gesù bambino, Maria e Giuseppe, i tre re magi, l’angelo sopra la capanna, il durmigliusu, ed alcuni pastori in ginocchio.La regia di Pilato con i centurioni romani e nel deserto cammelli al passo tirati dal cammelliere.Il pescatore alla riva del lago, il mulino a vento il forno, il ponte sul fiume, la montagna con il bosco di conifere dove all’interno riposano lepri e conigli e sulle cime degli alberi uccelli posati sui nidi.Una nota degna di essere annotata è quella che ogni casetta ha il suo interno o all’esterno l’illuminazione.
Trattasi di minuscole lampadine di vario colore che accese di sera fanno un bellissimo effetto. Questa prima edizione del presepe è stata allestita nella sala conferenze del Museo.Notevoli sono stati gli sforzi per la realizzazione del Presepe e ciò si è potuto fare grazie all’aiuto dei familiari, amici e parenti.
Totò Mirabile

2004

Pieghevole del Museo Mirabile - 14 agosto 2004

Nella prima sezione scrivere sotto il logo la seguente frase: “delle tradizioni ed arti contadine”.Sotto la suddetta frase, inserire una foto che rappresentasse le tradizioni.La scelta ricadde, senza ombra di dubbio, sull’inserimento della foto che riporta l’immagine del fù Giuseppe Mirabile intendo a fare una cesta, genitore del fondatore del Museo, in ricordo della sua fattiva collaborazione affinché il Museo divenisse una realtà.La seconda sezione, cioè quella di centro, piegando il foglio, risultante il retro della primasezione e, pertanto, visibile subito all’occhio del visitatore, doveva contenere notizie mportanti.Si stabilì, quindi, di inserire, in detta sezione, le indicazioni atte a localizzare il Museo e come potere contattare la Direzione dello stesso.Mentre, la terza sezione si decise che dovesse contenere alcune foto dell’interno del Museospecificando i periodi e gli orari di apertura avvisando, inoltre, della gratuità delle visite.Nel retro del foglio, suddiviso sempre in tre sezioni, questa volta, però, leggendole in sequenza oraria, era opportuno inserire nella prima e nella seconda il benvenuto al visitatore fornendolo di notizie utili al fine di avere delle informazioni sulle origini e scopi del Museo.Infine nella terza ed ultima sezione inserire foto e  notizie di Totò Mirabile, fondatore del museo.Venne redatto un primo bozzetto, però non risultò essere soddisfacente nell’impostazione e nella grafica, cosicché dopo altri studi, al fine di migliorare il bozzetto stesso, si finì per essere d’accordo decidendo che il penultimo elaborato fosse il migliore.
VERBALIZZAZIONE
Pertanto, dopo aver letto la relazione  svolta sui momenti della realizzazione del pieghevole del Museo Mirabile di Marsala, viene distribuito il bozzetto agli invitati, e si chiede loro di esprimere un parere sullo stesso.Dopo ampia discussione ed apportate alcune modifiche, che vengono direttamente inserite nel file dello stesso, il pieghevole viene ristampato e  subito dopo viene riproposto per l’approvazione.Quindi, in data 14 agosto 2004, il Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine, nella persona del suo fondatore, Rag. Salvatore Mirabile, approva il pieghevole proposto dagli invitati alla cerimonia.
Si allegano al presente verbale: Relazione e Pieghevole.
Il Fondatore del Museo
Rag. Salvatore Mirabile

2005

Il carretto siciliano-24 agosto 2005


Il carretto siciliano è diventato un Po’ il simbolo della Sicilia nel mondo. Forse per i suoi colori, che ricordano quelli del sole, forse perché ricordano quella attitudine, tutta siciliana, di attribuire molta importanza al proprio mezzo di trasporto.
Ancora oggi possiamo incontrare delle semplici vetture motorizzate da piccolo trasporto, decorate ed abbellite proprio come dei carretti siciliani.
Le motivazioni, che spinsero a creare il “carretto siciliano” sono quindi ancora vive in una parte della popolazione, perché esso fa parte della identità isolana.
Il carretto siciliano è quindi associabile nell'immaginario collettivo alla Sicilia perché non ne esprime solamente un elemento di folklore, ma ne esemplifica un carattere.
Il carretto, è ricco di decorazioni ed il legno di cui è fatto diventa mezzo espressivo attraverso i dipinti che ne invadono letteralmente la forma e che raccontano, quelle pagine di storia della Sicilia, rimaste più impresse nella memoria popolare e riportano spesso raffigurazioni sacre.
Il legno, in realtà, era di diverse qualità in relazione al pezzo da realizzare: frassino, noce ed abete, ma anche faggio ed olmo.
Oggi la costruzione dei carretti e l'esecuzione dei caratteristici dipinti è continuata con passione solo da pochi maestri “carradori” (carrozzieri), che hanno deciso di trasmettere alle future generazioni l'arte di costruire i carretti, insegnando in alcune scuole per far sì che questa forma d'arte non muoia con loro.
I tipi di carretto siciliano sono essenzialmente quattro e differiscono tra loro per alcuni particolari.
Il tipo Palermitano;il tipo Trapanese con delle ruote più grandi,quello di Castevetranoed infine quello Catanese, di dimensioni generalmente più piccole.
Il carretto si può definire un'opera d'arte collettiva, in quanto diverse figure contribuivano a realizzarlo.
La costruzione e la scultura di alcuni pezzi del carro erano prerogativa dei mastri d'ascia – che potevano essere mastri d'ascia di opera grossa e di opera fina, ossia gli intagliatori.Le parti in ferro, siano esse di carattere strutturale che ornamentale, erano pertinenza dei fabbri ferrai (‘u firraru).
Infine la decorazione eseguita con dipinti era eseguita dai pittori di carretto.Da non trascurare l'apporto di coloro i quali erano preposti alla realizzazione di ricche bardature, come i finimenti ed i pennacchi, che conferiscono al carretto un arricchimento notevole sotto il punto di vista scenografico.
Strutturalmente esso è costituito da la “cassa”, dalle “ruote” e dal piano di carico, o fondo della cassa, formato da tavole di legno montate su dei travetti trasversali.
Il piano era circondato da portelli, e  collegato alle “stanghe” che permettevano l'attacco con l'animale che lo trainava.Generalmente trainato da un mulo, poteva essere trainato anche da un asino o da un cavallo.Nella prima metà dell'800, fu avviato un programma che prevedeva la costruzione di strade, come quella denominata: Palermo-Messina Montagne, che giungeva fino a Catania.La dipintura del carretto, oltre ad avere una funzione apotropaica, era demandata anche a proteggere il legno di cui esso era costituito.Il pittore eseguiva le decorazioni stendendo dapprima una mano d'olio sul legno grezzo.Successivamente stendeva uno stucco realizzato a base di creta lipotone e olio di lino, sulle superfici piane e intagliate del carretto.In tal modo le parti erano preparate per essere dipinte e venivano colorate dapprima uniformemente di bianco, e poi di giallo.Il disegno poi veniva generalmente effettuato trasferendolo a ricalco dalla velina.
La “figurazione del carretto avveniva con alcuni colori fondamentali: il bianco, il giallo il rosso il blu il verde ed infine il nero che veniva usato per definire i contorni, una volta definita la figurazione.
Storia del carretto siciliano
Fin dall'antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell'isola.
Dalla caduta dell'impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l'assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l'uso del carro, lasciando così ai "vurdumara", mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli.
La più antica forma di carro in Sicilia è lo "stràscinu" o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell'interno dell'isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Ercole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica "Strada di Agrigentum". Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, " il carramattu " ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.
La storia del carretto siciliano risale ai primi dell'ottocento, infatti, fino al '700, lo scarso sviluppo delle strade nell'isola aveva limitati i trasporti al dorso degli animali.
Antonio Daneu (critico d'arte palermitano), in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia del '700 non hanno mai accennato al carretto siciliano perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva perché non c'erano le strade e tutti i commerci e i trasporti nell'isola avvenivano via mare.
E' solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia.
Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette "regie trazzere", non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari.La prima di queste "regie tazzere" fu la" regia strada Palermo-Messina montagne" che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania.
Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle "trazzere".La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio.Egli è il primo viaggiatore che racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate recavano l'immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia.Così dice: " Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati", porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso". I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.Un'altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l'eruzione dell'Etna: "A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d'arte.La cassa del veicolo posa sopra un'asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi.Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri.Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri.Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant'Agata".Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce " un rebus che cammina " per il valore degli elementi decorativi." Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati.Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena. Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere".Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano, da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.La realizzazione di un carretto prevedeva una complessa organizzazione del lavoro, in quanto impegnava più gruppi di artigiani con specializzazioni diverse.I primi tre gruppi sono: i carradori, i carrozzieri e gli intagliatori.I carradori e i carrozzieri scelgono i vari legni necessari per l'impostazione e la sagoma del manufatto: per la cassa ci vuole il legno di abete, per le altre il faggio, per i raggi delle ruote il frassino.L'intagliatore smussa gli angoli vivi e li arricchisce di figure, scolpisce le facce delle aste, trasforma i terminali dei barruni (i pioli delle fiancate) in teste di donna o di " pupi ", scolpisce i cunei e i davanzali della cassa e scolpisce la chiave e il pizzo al centro della "casciafusu" che è l'asse portante del carretto.Il quarto artigiano è il fabbro, a lui sono dovuti "u fusu", cioè l'asse portante del carretto e le parti metalliche della casciafusu, riccamente lavorate; i "circuni", i cerehioni delle ruote e gli "occhiali", cioè gli anelli che servono per attaccare il cavallo alle aste.Ecco che subentrano il decoratore e il pittore.Il primo decora con motivi geometrici le superfici della cassa e dei davanzali, il secondo procede prima alla "in doratura" con cui il carretto è trattato con due o tre mani di colore e poi dipinge le fiancate "i masciddara" e tutti gli spazi dove è possibile dipingere.Tutti i personaggi sono in primo piano, la prospettiva è elementare, sicché le figure risultano bidimensionali, il colore non ha ombreggiature, ne sfumature, è sempre acceso con un effetto bellissimo.Il settimo artigiano è il fonditore, u ramaturi, egli prepara le boccole, i vìsciuli, che sono due scatole metalliche a forma di tronco di cono e vanno incastrate nei mozzi delle ruote con una lega speciale, composta da 78 parti di rame e 22 di stagno ed hanno un piccolo "gioco", cioè un movimento che produce quel suono caratteristico, senza il quale il carretto non ha nessun valore.I compratori sono molto esigenti: i carretti, prima di essere acquistati venivano sottoposti a due controlli: alla "resa in tono", per verificare la musicalità del suono delle boccole e alla "Resa in frasca", per accertarsi della buona qualità del legno.L'ottavo artigiano, l'ultimo, era il pellettiere, che prende nomi diversi a seconda del finimento che prepara per il quadrupede: varduraru e siddaru per il basto, guarnamintaru per i finimenti, siddaru per i pennacchi ed ecco che il carretto diventa "una gala di colori, una esplosione di luce" (S. Lo Presti).
I finimenti, "armiggi", sono vari: ci sono fiocchetti e frange di lana e di seta dai mille colori, piccoli specchi/nastri, piastre, borchie, sonagli e poi i pennacchi, paraocchi, pettorali, cinghiette e poi finimenti speciali.Nelle diverse aree dell'isola si distinguono quattro fondamentali varianti tipologiche del carretto:
il tipo palermitano, diffuso nella provincia di Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Trapani.Gli elementi che li distinguono sono: l'asse delle ruote, incassate in un travetto di legno scolpito e dipinto (casciafusu), ornato di arabeschi in ferro battuto (rabeschi) e sormontato da due mensole di legno; tre pioli suddividono i laterali della cassa, di forma trapezoidale, in due riquadri;il tipo castelvetranese, diffuso nel retroterra della provincia di Trapani e aree vicine della provincia di Palermo. L'asse delle ruote e le mensole sono simili a quello di Trapani, la cassa con i laterali è simile al tipo palermitano;il tipo trapanese si distingue per le ruote di grande diametro, sulle fiancate ha quattro pioli che suddividono i laterali della cassa in tre riquadri, sormontata da una barra orizzontale;il tipo catanese diffuso nella Sicilia orientale, è simile a quello palermitano.Nei riquadri (scacchi) si possono distinguere cinque generi figurativi: devoto (scene della bibbia o della vita dei santi);storico-cavalieresco;leggendario-fiabesco;musicale (opere liriche);realistico (scene di caccia o altro).Il costume di dipingere i carri è documentato in Sicilia a partire dai primi dell'Ottocento, sull'esempio delle portantine, delle lettighe e delle carrozze del Seicento e del Settecento riccamente decorate e dipinte.Gli elementi di un carretto siciliano-  u fusu, asse di ferro, a cui si attaccano le ruote;-  a cascia, ripiano in legno di abete, metri 1,30x1,15 che presenta due davanzali in faggio (tavulazzudavanti e tavulazzu darreri) poggianti su cunei. Ai fianchi reca due sponde, detti masciddara, decorate dal lato estemo e dal lato intemo e sorrette da sei pioli (barruna) ad essi attaccati.
-  L'asti, due stanghe in faggio, fomite di anelli (ucchiali) in ferro per l'attacco dell'animale.-  I roti, due ruote in frassino, con un circuni di ferro e dodici raggi che congiungono la corona della ruota, in noce, detta curva, col mozzo, che è fermato al fusu mediante un dado a vite detto cannula;-  I chiavi, le due traverse, anteriore e posteriore, in faggio, finemente lavorate e dipinte;-  U purteddu, la sponda posteriore, che viene tolta per le operazioni di carico e scarico;
-  I viscidi, le boccole, che vengono inserite nei mozzi e producono il caratteristico suono del carretto;-  A casciafusu, griglia di ferro attaccata al fusu, riccamente decorata a ferro battuto con fiori, ricami e foglie, che a Catania si chiamano "suspiri" e a Palermo "rabischi" (arabeschi).Accessori del carretto-  U rutuni, rete di cordicella, posta sotto il tavulazzu davanti e dove vengono conservati cibi, la botticella del vino, la bonaccia per l'acqua e la bacinella per dare da bere all'animale;
-  U suttapanza, cinghia di cuoio;-  A coffa, cestino di paglia, attaccato sotto la cascia, per dare da mangiare all'animale;-   U lumi, penzolante sotto la cascia per illuminare la strada nelle notti senza luna;-  A catina, per il cane, legata alla casciafusu;-  L'umbrilluni, per ripararsi dalla pioggia e dal sole.

MASTRU RAIA"- CARRUZZERI E INTAGLIATORE DOC DEL CORSO DEI MILLE
Att: questo articolo è stato scritto nel 2000
"Non si può fare un passo nella città di Palermo senza incontrare dozzine di carretti tirati da cavalli, da asini, da muli. La città ne conta la bellezza di 4758 e quando si celebrano feste in campagna essi sono una vera delizia dell'occhio" (G. Pitrè).Oggi, i carretti siciliani si ammirano nei musei e nelle manifestazioni folcloristiche. tempo, a Palermo, la via che ospitava molte botteghe artigiane di carretti era il Corso dei Mille.Intere famiglie vivevano con questa attività: i Ferrara, i Lo Monaco, i Cardinale, i Murdolo.Di tutte queste ne è rimasta una sola, al civico 147 ed è la bottega di Giovanni Raia, un grande locale che è anche officina di camion, il carretto del XX secolo.Mastro Raia, nato a Palermo nel 1919, ha la veneranda età di 81 anni, ma il suo aspetto è giovanile e trasmette una carica di simpatia in chi l'ascolta "raccontare" il suo mestiere, che è quello di "carruzzeri" (carrozziere) e intagliatore del carretto siciliano.Ciò è per lui motivo di orgoglio e di vanto se si considera che è l'ultimo carradore rimasto e dopo di lui né i suoi figli né i suoi nipoti continueranno il suo mestiere.L'amore per la Sicilia, la passione e il desiderio di far rivivere il passato si leggono nel suo lavoro.Siamo andati a intervistarlo, l'abbiamo trovato intento al suo lavoro, le sue mani ancora agili ed esperte si muovono sicure sul legno, mentre smussa gli angoli vivi e li arricchisce di figure, scolpisce le facce interne ed esterne delle aste, trasformando i terminali dei "barruni" (i pioli delle fiancate) in teste di donne o pupi; scolpisce la chiave e il pizzo al centro del casciafusu che è l'asse portante del carretto.Un carretto sta dinanzi la sua bottega ed egli lo descrive in tutte le sue parti, con ricchezza di particolari. È un'esplosione di colori: scene della "cavalleria rusticana" (opera lirica) ricoprono la parte interna delle sponde.
Sulla cassa spicca l'immagine di S. Rosalia, patrona di Palermo e all'esterno delle sponde sono dipinte scene tratte dalla bibbia e da episodi cavallereschi.
Ogni spazio è dipinto con i colori più vivi e smaglianti. Sotto la cassa vi è la chiave che regge le stanghe del carretto, sulla controchiave sono scolpite e dipinte rappresentazioni cavalleresche.Mastro Raia ci parla anche del segreto delle "cùsciuli", dentro le quali gira il fuso del carretto e questo segreto è il suono che si produce nell'attrito tra il fuso e le cùsciuli.I carrettieri vogliono che il rumore delle ruote non sia stridente, perciò pagano di più affinché i materiali metallici delle cùsciuli siano a "lega di campana" cosicché le loro cantilene siano più dolci ed armoniose.Giovanni Raia ha esercitato il suo mestiere fino all'entrata degli Americani in Sicilia fino a quando, dice, c'era molta richiesta di carretti perché servivano per lavorare, poi si è impiegato ai cantieri navali per vivere.Ora, una volta in pensione ha ripreso l'attività che continuerà fino a che "si sente di lavorare".Una fase particolare della costruzione del carretto è "a firriatura da rota", l'applicazione cioè del cerehione di ferro nella ruota.Per questa operazione, che avviene fuori dalla bottega, Mastru Raia si reca a Sant'Erasmo: il cerehione viene fatto riscaldare nel fuoco e poi buttato a mare per due motivi, per farlo raffreddare e perché l'acqua salata fa da incrostazione tra il legno e il ferro.È un momento, dice, di grande tensione, i movimenti devono essere sincronizzati e veloci.Gli elementi naturali: ferro e legno, acqua e fuoco vengono così dominati con grande "maestria" dall'artigiano.La costruzione di un carretto dura in media tre mesi. Il costo di produzione è abbastanza alto se si pensa ai diversi tipi di legno utilizzati, perfettamente stagionati, alla quantità di forza-lavoro e alle varie fasi della tecnica di costruzione.Mastro Raia, maestro e artigiano, nella sua opera esprime lo spirito creativo di tutto un popolo, regalandoci la ricchezza spirituale del passato.Per lui, al primo posto è il carretto con i suoi colori e le bellissime decorazioni: un singolare ricamo di legno e di ferro.Il contatto diretto tra gli alunni e l'artigiano Raia da il chiaro concetto di ciò che è stato e di quanto rimane, di qualcosa cioè che non deve morire.Il carretto è da sempre il simbolo della Sicilia e della sua tradizione.Nelle sponde, nelle ruote, nella cassa vi sono i colori del sole siciliano, dello zolfo, delle arance e dei limoni, del cielo e del mare, della lava dell'Etna e dei ficodindia.Esso rappresenta una sintesi delle civiltà mediterranee che furono presenti nell'isola: i colori arabi, gli arabeschi turco-bizantini, i costumi dei Greci, le cianciane spagnole.Nelle case degli emigranti, che il destino ha spinto lontano dalla loro terra, non manca mai il suo modellino in scala.Il carretto siciliano è il simbolo della creatività dell'artigiano, che pur rimanendo anonimo, esprime lo spirito creativo di tutto un popolo.Alla sua realizzazione partecipano carrozzieri, carradori, intagliatori, fonditori, fabbri, pittori,, decoratori e pellettieri.Giuseppe Cocchiara, studioso di folklore siciliano (1904-1965) ha definito il carretto siciliano l'opera più caratteristica che l'artigiano abbia prodotto in Sicilia" non solo perché costituisce l'oggetto tipico della Sicilia, come la gondola lo è per Venezia, il colosseo per Roma, il duomo per Milano, ma perché alla sua costruzione concorrono armonicamente otto gruppi di artigiani.Biagio Pace (1889-1955), studioso e conoscitore dell'anima siciliana, parlando della bellezza e dell'utilità del carretto siciliano ha scritto: "Il carretto ha rappresentato nella Sicilia moderna un elemento caratteristico di bellezza ed un mezzo fondamentale di trasporto, che ha avuto la sua grande diffusione soltanto nel secolo scorso".

Altre notizie-

Il carretto siciliano nasce nella seconda metà circa del 1800, al fine di trasportare merci e oggetti non eccessivamente pesanti dalle campagne alle città, dalla costa all’entroterra della Sicilia.
La diffusione di tale mezzo si ha con l’intensificarsi delle comunicazioni tra campagne e centri cittadini.
Solo più tardi si comincia a dipingere il carretto, perchè ci si rende conto che è necessario proteggerlo dal sole e dalla pioggia sia durante i viaggi, sia quando viene lasciato fermo fuori casa.
Il carretto è principalmente costituito da una piattaforma con due sole sponde, e due grandi ruote alle quali sono attaccate due aste che vengono poi legate all’animale da traino.L’inizio del 1900 la manifattura del carretto siciliano diviene lavoro di squadra di 6 artigiani: il carradore, l’intagliatore, il tornitore, il fabbro, “u’ usciularu”, il pittore.Tutto ciò però dura poco... difatti, con l’uso sempre più diffuso dell’automobile, il carretto siciliano scompare quasi del tutto.
I nomi delle diverse parti del carretto derivano dai nomi (in dialetto siciliano) di alcune parti del corpo umano.Le parti che compongono il carretto siciliano vengono lavorate, perfezionate e assemblate in modo esclusivamente artigianale, e possono essere ricavate dai seguenti tipi di legno:
noce: per la corona, il mozzo delle ruote, le sponde ed i travetti;Frassino: per i pioli;faggio: per le mensole e le stanche;abete: per tutto il resto.
Il “classico” carretto siciliano è sempre dipinto con colori accesi come il giallo, il rosso, il verde, l’arancione, l’oro e l’argento, ed è decorato con disegni che possono rappresentare scene dalla tradizione dei Paladini di Francia, dalla storia in generale, dalla cronaca, dalla mitologia, caratteristiche figure siciliane, paesaggi e simboli della stessa Sicilia.Il quadrupede che traina il carretto è addobbato a festa, ornato di piume, pennacchi, frange rosse e gingilli dorati, campanacci argentati, corone, tessuti dai colori sgargianti.Ora troviamo i carretti siciliani solo nei musei, nelle sfilate delle sagre paesane, nei negozi di souvenir, ed è sempre più raro poterne vedere uno originariamente artigianale, perché oggi sono veramente pochi i maestri artigiani che continuano questo lavoro, e lo fanno per un pubblico di nicchia.
Qualche sponda adorna i salotti o le bancarelle delle feste. Il carretto siciliano, dunque, è semplicemente relegato ad una funzione decorativa, ma è comunque uno dei più significativi ed espliciti simboli della terra di Sicilia.
Chi arti strana ch'è lu carritteri,
passa la vita mmenzu li vadduna,
mmenzu li campi e mmenzu li stratuna,
espostu sugnu mmenzu li latruna.
Trotta cavaddu, trotta cu primura,
nta n'ura l'àmu a fari sti muntati,
nta n'ura l'àmu a fari sti muntati,
àgghiunciri nPalermu a la citati
Calogero Vara, Vallelunga

Altre notizie
Il Carretto siciliano (in siciliano carrettu) è un mezzo a trazione equina adibito al trasporto merci, in uso in tutto il territorio siciliano dal XIX secolo fino alla seconda metà del XX secolo, quando divenne obsoleto a causa della crescente motorizzazione del lavoro nelle campagne.
Costruito con diverse qualità di legno, spesso fregiato da intagli bucolici e sgargianti decorazioni pittoriche, al giorno d'oggi è divenuto oggetto d'arte artigianale, nonché uno dei simboli dell'iconografia folcloristica siciliana.
Struttura: il carretto è composto
-dal fonnu di càscia, cioè il pianale di carico prolungato anteriormente
-e posteriormente da due tavulàzzi,
-sul quale sono montati parallelamente due masciddàri (dal siciliano mascidda, "mascella") ovvero le sponde fisse del carretto,
-e un puttèddu (portello posteriore) removibile per agevolare le operazioni di carico e scarico.
-Ogni masciddaru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene),
-nel putteddu invece vi è uno scacco centrale fra due scacchi più piccoli.
-Gli scacchi sono divisi da un segmento verticale che congiunge i pannelli al fonnu di cascia:
-6 in legno chiamati barrùni equamente divisi fra masciddari e putteddu,
-due in metallo denominati centuni presenti solo sui masciddari.
-Questa sezione "contenitiva" sormonta il gruppo portante del carretto chiamato traìno,
-il quale comprende le aste
-e la cascia di fusu, a sua volta costituita da una sezione di legno intagliato sormontata da un arabesco di metallo.
Nei carretti alla patrunàli meno pregiati, la preziosa cascia di fusu viene sostituita dalle balestre.
Fra le aste sotto i tavulazzi vengono montate due parti in legno chiamate chiavi, una anteriore ed una posteriore. La prima altro non è che una semplice barra ricurva, la seconda invece consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca, che può assumere diversi gradi di pregevolezza.
Ciascuna delle due ruote è composta da 12 raggi definiti in siciliano iammòzzi (iammi, "gambe") che congiungono il mozzo al cerchione, spesso arricchiti da intagli a fitte sezioni parallele (impòsti) o addirittura soggetti scolpiti quali fiori, aquile, sirene, o teste di paladino.Stili del carretto:Il carretto assume caratteristiche diverse a seconda della zona in cui viene prodotto.Nel palermitano il carretto presenta sponde trapezoidali, una tinta di fondo gialla e decorazioni prevalentemente geometriche. I temi rappresentati sugli scacchi variano tra cavalleresco e religioso, realizzati nelle tonalità basilari del rosso, del verde, del giallo e del blu, le sfumature sono ridotte all'essenziale e la prospettiva bidimensionale. Spesso nel palermitano le balestre sono preferite alla cascia di fusu, intagli e pitture mantengono l'aspetto naif tipico del carretto siciliano.Nel catanese le sponde sono rettangolari, la tinta di fondo rossa come la lava dell'Etna e gli intagli e le decorazioni si presentano più ricercati e meglio rifiniti, allontanandosi dallo stile semplice del palermitano per ricercare una raffinatezza maggiore. nelle produzioni più moderne i quadri contemplano la tridimensionalità prospettica, la gamma di tonalità si arricchisce e le sfumature e i chiaroscuri si fanno più incisivi.Meno conosciuto è lo stile ragusano, in cui il carretto presenta una struttura simile al catanese, riprende il rosso come colore di fondo, ma nelle tonalità si distingue per la sua caratteristica gradazione scura. Le pennellate, sia nei quadri che nelle decorazioni, sono caratterizzate da un tratto netto, "istintivo", in contrapposizione alla ricercata pennellata sfumata del catanese.
Esiste anche uno stile trapanese, che però non ha raggiunto la stessa diffusione del palermitano e del catanese.

Le maestranze del carretto
Sono ormai rari i maestri (mastri) che mantengono vivo il carretto siciliano.Alla sua realizzazione partecipano diversi artigiani, ciascuno col proprio mestiere.
La prima fase è competenza del carradore, colui che costruisce il carretto e ne intaglia i fregi.Altro compito importante del carradore è la ferratura della ruota, pratica particolarmente pittoresca.In provincia di Catania, a Belpasso, lavora "l'ultimo carradore", il maestro Alfio Pulvirenti, che applica ancora l'arte del legno tramandata dai suoi avi maestri.La seconda fase è affidata al fabbro, che forgia le parti metalliche quali i centuni, le estremità delle aste e il pregiato arabesco della cascia di fusu.
Quando la costruzione del carretto è ultimata il lavoro passa al pittore, che veste il carretto di colore e vivacità.Egli esegue inoltre i quadri rappresentanti le gesta cavalleresche, mitologiche, storiche o romanzesche che caratterizzano il carretto siciliano.Patria indiscussa del carretto siciliano è la cittadina di Aci Sant'Antonio (CT), che vanta il nome di pittori di carretti quali Domenico di Mauro e Nerina Chiarenza.empre in provincia di Catania, a Riposto, opera un giovane mastro pittore, Damiano Rotella, che custodisce la pittura catanese.A Ragusa lavora il maestro Biagio Castilletti, che fra l'altro applica un altro mestiere relativo al carretto in via di estinzione: il bardatore, colui che produce le bardature dei cavalli.Il carretto siciliano, sebbene in via di estinzione, esiste ancora.
A Canicattì in occasione della festa del Santissimo Crocifisso che si celebra il 3 maggio, si svolge una manifestazione: "La Rietina" dove sfilano per la città decine di carretti siciliani tradizionali.A Terrasini, in Provincia di Palermo, esiste un "Museo del Carretto Siciliano".A Vizzini e a Trecastagni annualmente si organizzano sfilate dedicate al carretto siciliano.Lo si può trovare ancora nei centri storici della Sicilia come attrattiva per turisti, durante eventi popolari quali sfilate, esposizioni e feste pubbliche, nelle cerimonie folcloristiche e, soprattutto, nelle botteghe degli ultimi artigiani del carretto.

Altre notizie
IL CARRETTO (a cura di Tobia Rinaldo
Tra le molte cose belle già appartenute al più vivo folklore siciliano, il carretto rappresenta indubbiamente l'espressione più caratteristica del costume storico e tradizionale degli isolani.
Assurto a simbolo emblematico delle contrade, grazie soprattutto alla fastosità esteriore del suo insieme ed alla ricercata rappresentazione di certi fatti storico-mitologici o sociali o religiosi, negli ultimi tempi ha ceduto definitivamente la strada ai più quotati mezzi veloci di locomozione, ma è salito graziosamente sui comò, sui tavoli e nelle vetrine di mezzo mondo, divenendo oggetto di souvenir e, intero o in pezzi originali, anche raro elemento da collezionismo, rappresentativo di una Sicilia in corso di estinzione. Vano ricercare la data di nascita del carretto siciliano.
Le intuizioni di alcuni studiosi escludono categoricamente una sua origine antichissima.
Una derivazione ben precisa, comunque, la si può trovare ed individuare nella varietà e vivacità della pittura, nella violenta policromia dei suoi colori, retaggio della grecità classica, e nella decorazione fortemente emotiva in cui i soggetti psicologici e mitizzanti sono sapientemente e artisticamente collocati in una disposizione che richiama per molti aspetti l'eredità araba e medioevale.
Ma più che indagare sulla sua data di nascita, più significativo ci appare mettere in risalto la sua figuratività, per capire l'indole e l'animo della più umile gente di Sicilia, e attraverso essa anche una parte di certa storia di popolo, scritta giorno su giorno come ricerca e necessità di sopravvivenza.
Cenni storici
Nato come mezzo di trasporto per le accidentate strade del meridione, fu spesso anche bottega ambulante di vendita e persino casa. spoglio di figure e coperto solo da una verniciatura che aveva valore protettivo. anche se i ricchi a quel tempo usavano decoratissime portantine, splendide carrozze e artistiche lettighe, appare improbabile che la pitturazione dei popolari carretti siciliani abbia voluto imitare lo sfarzoso costume patrizio perchè, sostiene il Buttitta "esso viene a determinare un fatto autonomo della cultura popolare, in quanto risultato dell'elaborazione in sede artigianale di motivi pittorici e di elementi culturali tradizionali del popolo". prima dell'800, infatti, esso mancava totalmente di ogni decorazione e le prime figurazioni colorate apparvero alle sue fiancate solo più tardi, per lo più ispirate a scene della vita dei santi, tra cui il tradizionale San Giorgio di normanna memoria, San giuseppe e la Madonna col Bambino.
Fino alla prima metà dell'800, il carretto siciliano si coprì di figurazioni appena abbozzate, rappresentante frutta e fiori dipinti con sgargianti pennellate di rosso e giallo, due colori fondamentali nella coloritura di tutti i tempi, tanto da sopravvivere assieme al blu fin ai nostri giorni.
Nel 1860 i picciotti siciliani al seguito di Garibladi, per trasportare i cannoni usavano i carretti festosamente dipinti con scene epiche e mitologiche, con figure di santi o bibliche e con episodi dell'epoca nazionale.
Fu quindi principalmente attorno all'inizio dell'800 che il carretto siciliano si diffuse in tutta l'isola, favorito dall'apertura di nuove strade. ma essendo queste insicure per il rischio di agguati o per il pericolo di calamità naturali, ogni carrettiere volle che il suo carretto fosse istoriato con scene della vita del suo santo patrono e con i simboli di scongiuro.
Quando poi il contadino massaro, pur non giungendo alla iattanza dei signorotti, volle far notare il suo raggiunto stato di benessere, pensò di fare costruire e dipingere il proprio carretto in modo che nessuno spazio libero rimanesse e tutto in esso sprigionasse colore.
Maestri artigiani di grande valore rifiorirono un po' dovunque e alcuni raggiunsero una popolare notorietà. artisti famosi si cimentarono nel disegno, nella pittura, nella scultura e nel ferro battuto, raggiungendo traguardi d'arte.
Forme e colori
La forma del carretto siciliano appare pressoché simile in tutte le provincie dell'isola, tranne che nelle provincie di trapani e in provincia di Palermo, dove si distingue, tra l'altro, per la svasatura degli sportelli laterali, che sono invece rettangolari in tutto il resto della Sicilia.
Il carretto "Trapnese" propriamente detto ha, inoltre, le fiancate laterali più alte e sormontate da sbarre verticali legati insieme da un'asse longitudinale, mentre su ogni fiancata sono dipinte tre scene. materialmente più pesante (nemmeno le ruote più alte riescono a ingentilire la sua sagoma massiccia e grossolana) è quasi liscio in ogni sua parte se si eccettua qualche movimento in linea in taluni pezzi: si può dire che rappresenti la durezza dorica di contro ala dolcezza jonica realizzata nel carretto di tutte le altre contrade.
E’ ampiamente diffuso da Campobello di Mazara, attraverso Mazara, Marsala, Paceco e altri centri minori, fino a Trapani, ma sempre sul filo della costa.
Nella rimanente parte interna della provincia domina invece il carretto di Castelvetrano, dove un'antica e gloriosa tradizione artigiana, sulla scia dei grandi maestri palermitani, vanta ancora artefici valentissimi.
Alcuni tipi di carretto si distinguono da inconfondibili caratteristiche locali, il più "povero", ad esempio, è colorato a tinte unite con qualche decorazione negli scomparti delle fiancate: teste di contadinelle, l'Etna, il Monte Pellegrino, i Faraglioni di Acitrezza, ballerinette, cestini di fiori o frutta, suonatori di tamburello, grappoli d'uva, fette di melone, oppure molti personaggi della "Cavalleria Rusticana", immagini di Santi, o piccole vedute panaoramiche.
In provincia di Catania, questo tipo di carretto è regolarmente dipinto in grigio o celeste cupo con filettatura ora in verde e ora in rosso cinabro, oppure tutto in giallo o in marrone scuro con filettature, rispettivamente in grigio o in giallo; il fondo della "cassa" in rosso fuoco.
A Palermo, invece, e in tutta la provincia, ad eccezione di Monreale, è tutto colorato in giallo-oro con decorazioni in rosso cinabrino: i colori tradizionali del Comune.
A Monreale e Vittoria prevalgono i carretti interamente dipinti in rosso lacca con filettature di vario colore, sopratutto il giallo, e con le consuete decorazioni.
Un particolare curioso si riscontra infine nei carretti del ragusano, che si riconoscono all'estremità delle aste dove spicca, leggiadramente intagliato, il cigno di Lohengrin.
Tutto l'opposto del tipo "povero" accennato, è il carretto "padronale" costituito in legno di noce, frassino e abete, intagliato in ogni parte e verniciato a spirito, di cui si servivano generalmente nella Sicilia Orientale i "massarotti" (ricchi fattori) per distinguersi dai carrettieri.
A volte le fiancate, oltre a essere intagliate, sono anche dipinte a vivaci colori, e questa è la più grande sciccheria.
La Pitturazione
Ormai completo in tutte le sue parti, il carretto viene portato dal pittore (u' pitturi).
E' qui che si veste di luce, che in una fantasmagoria di colori e scene da "Mille e una notte" si completa il miracolo della sua creazione.
Ma il lavoro procede lentamente, diciamo così, per gradi; giacché, prima che intervenga il vero lavoro.
Il ferro battuto
Una delle più importanti componenti artistiche del carretto è rappresentata dall'inserimento di pregevoli elementi in ferro battuto.
I lavori, realizzati da valenti maestri fabbri e forgiati sul focolare della fucina, consistono nella realizzazione di fregi e figurazioni che nello stile arabo sono chiamati "rabischi".
I suddetti pezzi assumono sotto le mani esperte degli artisti di questo tipo di lavorazione artigianale, le forme più varie, quali ad esempio: testine umane o di animali, paladini del ciclo carolingio, personaggi della "Cavalleria Rusticana" o dei "Vespri Siciliani", contadinelle, ballerine, soli, lune, stelle, santi, frutta, farfalle, fiori, foglie ecc., e sono completati don arabeschi sempre in ferro battuto, per essere successivamente dipinti in vari colori nel carretto tradizionale e in nero nel carretto "padronale" in noce.
I pezzi così realizzati vengono poi montati in alcune parti ben definite del carretto, quale la "Chiave posteriore" (chiavi d'arti) che viene arricchita con composizioni in ferro battuto che a volte, da sole, rappresentano un'intera storia: e inoltre, nei "Pioli" (Barruna), che vengono adornati con "rabischi" in ferro, ed infine sulle "Sponde del carretto" (Masciddara), sulle quali vengono applicati questi artistici e preziosi manufatti forgiati col ferro.
Finimenti e armamenti del Cavallo da Carretto "Armiggi"
BASTO O SIDDUNI (dietro sella)
Viene posto sulla schiena del cavallo e sullo stesso vengono montati altissimi pennacchi realizzati con penne di pavone e piume multicolori, oltre a ciondoli, specchietti e tintinnanti sonagliere. alcuni carrettieri usano mettere ai lati del "Basto" paladini e Santi in metallo e legno.
PETTURALI (Petorale)
E’ interamente ricamato e bardato con frange, fiocchetti di lana, pon-pons, ecc.
Qualche "pettorale" viene pure realizzato con imbottiture, per maggiore risalto ai soggetti rappresentati.
PISTULERI (Copricatene)
Viene agganciato tra il carretto ed il Pettorale del cavallo stesso allo scopo di coprire le catene.
Il Copricatene viene realizzato su base di cuoio rinforzato e viene abbellito anche con personaggi a rilievo, pitturati e/o ricamati.
TISTERA (Testiera)
Viene realizzata come per il basto con penne pregiate e piume colorate. la stessa viene utilizzata per adornare la testa del cavallo.
PAROCCHI (Coppia di schermi realizzati in cuoio)
Essi vengono fissati alla testiera a lato di ciascun occhio del cavallo, allo scpo di non farlo imbizzarrire o adombrare.
I paraocchi vengono foderati con stoffa e poi ricamati nelle parti esterne con vari fantasiosi motivi.
CAVIZZUNI (Morso)
Costruito in ferro, viene posto al muso del cavallo ed attaccato alla testiera. a questo sono collegate le redini di cuoio.
FANTALI (Grembiule)
Generalemte è dipinto a mano o ricamato. lo stesso viene adornato con campanelline, bottoncini, fiocchi di lana, ecc. Qualche esemplare è stato realizzato anche con stoffe di seta ricamate in oro e argento; altri con foglie d'argento riportanti soggetti a sbalzo. Il grembiule viene attaccato al pettorale.
SUPRACOZZU (Sopra Collo)
Viene utilizzato per arricchire l'armatura del cavallo. lo stesso è realizzato con gli stessi materiali utilizzati per il pettorale, al quale viene agganciato
CUDDERA (colliera)
Anche quest'armamento viene realizzato con cuoio e stoffe lavorate.
La colliera viene posta sulla criniera del cavallo per completamento dell'abbellimento.
SUTTAPANZA (sottopanciera)
Viene realizzato in cuoio e dispone di due fibbie che servono per legare il cavallo al carretto e per tenere ferma la sella.
Il sottopancia riporta, generalmente, decorazioni varie, qualche volta anche in stile arabo e normanno.
CUDERA (Colliera)
Viene posta sulla parte posteriore del cavallo e collegato al basto mediante catene. anche quest'accessorio è di cuoio, foderato con stoffe e arricchito con fregi vari.
GRIPPERA (Finimento delle gambe)
Serve per la vestizione degli arti del cavallo.
Questo finimento viene curato con attenzione dal carrettiere, che pur di abbellire al massimo il proprio cavallo non trascura neanche di infiocchettarne le gambe con nastri, cianciane e ciondoli vari.
Il carretto siciliano nelle sue componenti
CASCIA I FUSU (Supporto per l'asse delle ruote)
Supporto posto sotto il piano del carro, nel quale vene fissato l'asse delle ruote. esso è scolpito a bassorilievo e contiene varie figurazioni.
MASCIDDARA (Sponde laterali)
Sono realizzate preferibilmente con legno di noce nel ragusano. nelle stesse vengono generalmente rappresentate due scene inserite in una cornice a bassorilievo. contengono, inoltre, fregi vari, quali ad esempio: soli, lune, stelle. angeli, santi, frutta, rosette o fiori vari, foglie, nodi, treccioli, ecc. le istoriazioni degli scacchi rappresentano generalmente la vita dei santi, tra i quali il tradizionale San Giorgio (patrono dei carrettieri), San Giuseppe e la Madonna con il Bambino, nonché personaggi dell'epopea garibaldina, del ciclo carolingio o normanno e delle opere liriche popolari, quali la cavalleria rusticana ed i Vespri Siciliani. ogni scacco riporta il titolo della scena rappresentata.
PURTEDDU (Portello)
Sponda posteriore e/o anteriore del carretto. viene realizzata, nella maggio parte dei casi in sintonia con le laterali e contiene varie istorazioni
CASCIA I CARICU (Piano di carico del carretto)
Viene usato per trasportare merci o persone. Misura mediamente m 1,25 X 1,00 ed è costruito in legno d'abete dipinto con immagini varie e multicolori.
TAVULAZZU (Tavolato)
Tavole poste davanti e dietro il piano di carico. in quelle davanti occupa posto il carrettiere. sono realizzate preferibilmente in legno di noce del ragusano e verniciate in sintonia con i colori del carretto
CUGNA (Cunei)
Sono realizzati in legno pregiato e servono a sostenere i due "Tavullazza"
BARRUNI (Pioli)
Sono posti attorno alle sponde del carretto. gli stessi sono scolpiti a bassorilievo con fregi vari, quali: testine umane, paladini, contadinelle, ballerine o animali e sono completati con arabeschi di ferro dipinto.
ASTI E MURI D'ASTA (Stanghe)
Vengono costruite preferibilmente in legno di faggio e misuano in lunghezza circa m. 3,30.
Le stesse sono munite di due ganci terminali in ferro (occhi d'asta) che permettono l'attacco del cavallo.
Le stanghe sono scolpite con fregi vari e vengono pitturate multicolori. nella parte posteriore dispongono di due "caffe" in ferro per proteggerle dagli urti.
GHIUMMAZZEDDA (Traverse)
Generalmente il carretto ne dispone in numero di cinque: tre sono dette quelle principali e due di rinforzo. le traverse sono poste tra il piano di carico e le aste.
Quella centrale è collegata alla ferratura delle sponde laterali del carretto.
CHIAVI D'ARETI (Chiave posteriore)
Il carretto dispone di due chiavi posteriori.
La prima chiave (Chiavi mastra) è posta dietro la seconda e si compone di un pannello realizzato in legno intagliato o traforato rappresentante scene di ogni genere, in questa chiave vengono indicati, il più delle volte, i nomi dello scultore e del pittore che hanno realizzato il carretto.
La seconda è posta davanti alla prima, a protezione della stessa. essa è realizzata con fregi e figurazioni in ferro battuto dipinto, che vengono chiamati "rabischi"
CHIAVI D'ASTA, O DAVANTI (Chiave anteriore)
Serve per agganciare il Saccone "Rituni" ed è realizzata in legno pitturato, quesi sempre senza figurazioni.
ROTI (Ruote)
Generalmente sono a dodici raggi "Jammuzzi" ed in legno di frassino. i raggi sono incastonati in sei curve di legno di noce. le ruote sono intagliate e dipinte con fiori, figure umane o di animali, testine di angioletti, ecc.. le ruote sono dotate di cerchioni in ferro piatto che misurano generalmente cm 15 X mm 15.
MOZZI O MAIOLA (Mozzi delle ruote)
Sono costruiti preferibilmente in noce nel ragusano.
Gli stessi vengono intagliati e dipinti con vari colori
BUCCULI O BISCIULI (Boccole)
Hanno forma conica e sono realizzate mediante fusione. le stesse vengono applicate all'interno, nella parte terminale delle ruote. le boccolo sono state concepite per produrre un suono di tipo "argentino". per la loro fusione viene utilizzato lo stesso sistema utilizzato per la realizzazione delle campane (78 parti di rame e 22 di stagno), in quanto devono produrre quel suono tipico che contraddistingue l'accompagnamento delle nenie solitarie intonate dal carrettiere durante i suoi lunghi viaggi
TIRATURI (Tiranti)
Servono a collegare la cascia i fusu e chiavi d'asta.
Sono costruite in ferro e ad essi vengono pure agganciate le catene del pettorale del cavallo.
STAFFA (Pedana)
E’ posta sul lato destro del carretto e serve per salire sullo stesso
RITUNI (Saccone di corda a rete)
E’ situato sotto il piano di carico e può contenere oggetti vari, quali: padella, striglia, brusca, testale, merenda, barilotti di vino, ecc.
LUMI (lume
E’ agganciato generalemnte al piano di carico
PORTA UMBRELLA (porta ombrello)
E’ posto vicino al saccone ed è realizzato in legno pitturato, raffigurante vari soggetti, quali ballerine, paladini, santi ecc...

Totò Mirabile

I giochi fanciulleschi - 19 agosto 2005

Lettura della nota introduttiva di Totò Mirabile
Raccogliere i ricordi dell’infanzia, dei giochi, degli amici e di tanti momenti di vita trascorsa nei luoghi di nascita è stato un piacere per me, perché mi ha dato  modo di ricordare con tanta nostalgia la mia fanciullezza tra gli anni '50 e '60 del secolo appena trascorso. Non dimentico mai i giochi con "la tortula" in piazza Santa rosalia e con il pallone in piazza castello. Non c'erano allora i divertimenti e i giochi di oggi ma i bambini erano un pò tutti fantasiosi e molte cose se le creavamo da soli. Non mancava mai la "freccia" per andare a "caccia" di lucertole o di passeri. E' vero che erano altri tempi, ma il divertimento infantile non mancava proprio. Molti erano i giochi con le figurine di attori, con scene dei film di Tarzan, di calciatori  e di ciclisti che tenevamo in grande quantità giocandocele o a carte oppure a "sciusciari", cioè a soffiare sulle stesse che, venivano vinte se si riusciva a farle capovolgere. Ricordo il cugino Peppino con il suo cavalluccio a dondolo e l’altro, Rino,  con il suo cerchio di legno. Oggi alcuni giovani potranno avere modo di conoscere anche il passato e la storia che fu dei loro padri e dei loro lontani antenati. Ah, se sapessero, o immaginassero minimamente come ci si divertiva e si giocava, appena una cinquantina di anni fa.Tenteremo di raccontarglielo:
Lettura della relazione del Prof. Luciano Messina
Tenteremo di raccontarglielo! Ha appena detto Totò Mirabile, ma come spiegare che per noi i giocattoli erano preziosi. Per noi avevano un’anima; “ i Pupiddi “ che erano dentro la scatola del “ Vel “ (detersivo in polvere usato dalle madri) si muovevano (con le nostre mani) e parlavano ( con la nostra bocca). La fionda e l’arco costruite con le nostre mani rappresentavano armi vere per cacciare. Ma desidero subito passare a parlare di alcuni dei tanti giochi fanciulleschi del passato, in modo da spiegare ai giovani con quali giochi e come ci si divertiva un tempo non tanto lontano. 
La fionda.
Una volta tutti, o quasi, i bambini si costruivano una fionda, principalmente per cacciare uccelli. Veniva utilizzato un ramo forcuto adeguatamente modellato sul fuoco. Due elastici (ricavati dalle camere d'aria delle ruote delle biciclette o delle automobili) venivano ben legati ai bracci della fionda e ad un pezzetto di pelle che si ricavava da scarpe abbandonate.
A lu muru.
Dopo aver scelto  una parete ben solida e "piena",  i giocatori facevano rimbalzare su di essa la moneta o il bottone di taglio, per mandarla/o il più lontano/a possibile. Vinceva quel giocatore che riusciva a far fermare la propria moneta ad un palmo da quella o quelle lanciate dai giocatore precedenti. La posta in gioco veniva stabilita prima di iniziare a giocare. Il numero dei giocatori era vario.
La spada.
Un  giocattolo realizzato direttamente dai bambini era  la spada. La spada era costituita da un pezzo di legno ben piallato e appuntito sulla cui estremità veniva attaccato con un chiodo un altro pezzo di legno più corto, da formare una croce. La spada veniva portata infilata tra i passanti dei pantaloni.
L'arco.
L'arco e le relative frecce venivano costruiti adoperando le stecche di un ombrello non più utilizzabile.
Alle estremità della stecca si legava lo spago e l'arma era ben realizzata. Un contenitore di stoffa aveva la funzione della faretra.
 Gli zufoli.
Si utilizzavano gli steli dell'erba primaverile. Si praticava su di essi  una fessura con un coltellino (quasi tutti i bambini ne avevano uno) nei pressi del nodulo. Dall'altra parte si soffiava del fiato e, se tutto era stato fatto a regola d'arte, veniva fuori un suono.
I pupi d'argilla.
Nel periodo natalizio ci si divertiva a realizzare pupi d'argilla per il presepe, rappresentanti pastori, pecorelle, buoi, asini, animali che venivano dipinti con vari colori.
Il carro armato.
Per costruire il carro armato erano necessari un rocchetto, un elastico, una candela e un fermaglio per capelli. L'elastico, tagliato nella giusta misura, veniva infilato nel foro del rocchetto, passato attraverso il pezzetto di candela e fermato col fermaglio. Veniva fatta girare la candela per far attorcigliare l'elastico. Posto  per terra, il carro armato si muoveva, riuscendo a superare anche piccoli ostacoli.
Lu Carruzzuni
Veniva realizzato allo stesso modo del monopattino. Era, però, più stabile, in quanto aveva una base molto larga e, quindi, si reggeva su tre cuscinetti. Il manubrio era basso, a livello della base, a differenza di quello del monopattino che era alto ad altezza della cintura.
Lu pizzu e mazza.
Il gioco era costituito da un pezzo di legno cilindrico appuntito ai due lati e da una mazza che si poteva agevolmente impugnare. Dopo avere colpito il pizzo nella sua parte appuntita con la mazza, bisognava lanciarlo il più lontano possibile. L'altro giocatore doveva rilanciare il pizzo con le mani nel punto dove era appoggiata la mazza. Se riusciva a colpire la mazza, le parti dei giocatori venivano invertite.
Spacca mattoni.
Il gioco si effettuava sui marciapiedi. I giocatori lanciavano in aria una moneta o un bottone. Risultava vincitore colui il quale riusciva a far posare la moneta o il bottone nella parte di congiunzione dei mattoni.
La cavallina o a travu longu
Un ragazza saltava sull'altro che stava chinato e una volta aver saltato si chinava in modo che l'altro gli potesse saltare.
A lu circu
Ogni bambino aveva il suo cerchio.
Era, forse, il gioco più diffuso. Era  costituito da un tondino di ferro circolare o da un cerchione di bicicletta. Il cerchio veniva guidato da un un'asta di metallo appositamente modellata a forma di U. La bravura dei bambini consisteva nel saper guidare bene il loro cerchio, anche ad una certa velocità. Era un modo genuino e spontaneo di fare sport a buon mercato.
Sassolini
Dopo aver scelto cinque sassolini, se ne prendeva uno e lo si lanciava in aria. Mentre il sassolino lanciato era ancora sospeso, si prendeva da terra un solo sassolino che veniva raccolto con una mano insieme a quello lanciato. In seguito si lanciava nuovamente un sassolino per aria e, questa volta, si raccoglievano da terra altre due pietroline e così via, per tante volte quante erano le pietroline stabilite per il gioco. Alla fine bisognava raccogliere con una sola mano il sassolino lanciato e tutti quelli che erano a terra,. Nel caso ne cadeva uno, il gioco passava ad un altro giocatore. Man mano che le pietroline si prendevano da terra, non bisognava farle toccare tra loro.
Fazzoletto
Un ragazzo si metteva al centro con un fazzoletto in mano. Due giocatori si avvicinavano a lui e dei due vinceva chi riusciva a prendere il fazzoletto e a scappare senza essere toccato dall'avversario.
Pallone di carta o di pezza
I bambini erano soliti giocare nelle strade o nelle piazzette del paese con un pallone fatto di carta o di pezze arrotolate e tenute ben strette con un filo di spago. Bastava, quindi, un bel niente per organizzare una partita di calcio tra due gruppi di ragazzi.
Zufolo di canna
Lo zufolo, strumento musicale artigianale, era costruito utilizzando un pezzo di canna, opportunamente svuotato e dotato di fori  che, chiusi o aperti con le dita, servivano a fare emettere suoni di varie tonalità
Girandola a quattro punte
Costruire una girandola era estremamente facile. Si prendeva un foglio di carta e lo si tagliava in modo da ricavare un quadrato avente un lato di 15 o 20 centimetri (la misura poteva variare a secondo delle esigenze). Fatto questo , si tagliava il foglio diagonalmente avendo cura che il taglio non superasse il centro del foglio. Si formavano così 4 triangoli uniti tra di loro al vertice Prendendo il lembo di ogni triangolo (in senso orario) lo si doveva spostare al centro in modo da formare un’elica
Cerbottana
La cerbottana era facile da costruirsi. Si prendeva una sezione di canna o di tubo nel quale veniva introdotto il “proiettile”, cioè carta arrotolata a cono, che veniva poi espulso soffiando con forza. In mancanza di canna o tubo , veniva creato un cartoncino a forma cilindrica  che serviva allo stesso scopo. Il gioco diveniva pericoloso quando la punta del“proiettile” era fornito di spillo.

ANNO 2006

“ La storia del calcio siciliano “ Marsala, lì   08/07/2006

Un caro saluto rivolgiamo tutti al nostro concittadino Pasquale Marino un Marsalese DOC che ci fa onore in tutto il mondo divenuto un eccellente allenatore di calcio dopo essere stato un bravo calciatore italiano. Cresciuto nelle giovanili del Marsala, con cui ha giocato quattro stagioni in Serie C2, il giovane centrocampista passò nella stagione 1984-85 all'Akragas, in Serie C1. Nel 1986-87 lo ha comprato il Siracusa, con cui ha giocato le sue tre stagioni migliori, ottenendo nel 1988-89 la promozione in Serie C1. Dopo tre stagioni con la Battipagliese, durante le quali è stato frenato da un brutto infortunio, nel 1992-93 ha giocato per l'ultima volta in Serie C1, con il Potenza. La stagione successiva ha militato nel Campionato Nazionale Dilettanti con il Messina e infine ha chiuso la carriera nel 1997 dopo tre stagioni nel Catania. Come allenatore, appena conclusa la sfortunata stagione 1996-97 con il Catania, Marino ha iniziato subito ad allenare nel Campionato Nazionale Dilettanti, con il Milazzo ottenendo nel 1997-98 un secondo posto e nel 1998-99 un nono posto. Nel 1999-00 è passato al Ragusa (6° posto, sempre nel C.N.D.), nel 2000-01 è arrivata la svolta: assunto dal Paternò, ha ottenuto due promozioni consecutive dalla Serie D alla Serie C1.Nel 2002-03 è passato al Foggia e ha ottenuto nuovamente la promozione in Serie C1. Mantenuta la categoria sempre con il Foggia nel 2003-04 (9° posto), nel 2004-05 è stato ingaggiato dall'Arezzo, in Serie B. Sostituito a metà campionato da Marco Tardelli, è stato richiamato e ha concluso la stagione al 14° posto. Nel 2005-06 è tornato al Catania, questa volta da allenatore, conquistando la promozione in serie A e l'anno successivo mantenendo la massima serie alla fine di un esaltante campionato culminato con lo scontro salvezza Catania - Chievo. Al termine della stagione è passato ad allenare l'Udinese, prendendo il posto di Alberto Malesani.Marino si è fatto conoscere come un allenatore innovativo, che utilizza un 3-4-3 (o 4-3-3) molto offensivo.

La Storia Akragas Calcio- Le origini
La società ha radici abbastanza antiche. La prima società calcistica agrigentina, l'Associazione Calcio Agrigento, giocò alcune stagioni in I Divisione e in Serie C prima della seconda guerra mondiale.
Nel 1952 la squadra si sciolse per fallimento e fu rimpiazzata dall'Unione Sportiva Akragas, antenata dell'attuale società.
La Storia della squadra di Caltanissetta-Le origini
La Nissa Football Club è una società calcistica di Caltanissetta, attualmente militante nel campionato di Eccellenza. Il campo di gioco è lo Stadio Marco Tomaselli. Ha militato per diverse stagioni in Serie C e l'ultima apparizione tra i professionisti risale alla stagione 1986-87, quando retrocesse dalla Serie C2 dopo aver chiuso il campionato al penultimo posto. Il derby con l'Enna Calcio, una tra le partite più seguite nella Sicilia centrale, si svolge anche presso lo Stadio Generale Gaeta di Enna.
La Storia della squadra del Catania-Le origini
Dalla Pro Patria alla ACF Catania(1908-1946).
La prima squadra di calcio della provincia etnea venne fondata nel 1908 da Gaetano Ventimiglia e Francesco Sturzo d'Aldobrando e si chiamava Associazione Sportiva per l'Educazione Fisica Pro Patria. Nel 1910 la denominazione sociale diventò Unione Sportiva Catanese. Negli anni 1920 si iniziò con i campionati ufficiali: nel 1920 la Catanese partecipò alla Coppa Federale Siciliana, nel 1927 al Campionato Catanese (vinto nel 1928-29).
Nel 1929 arrivò la prima iscrizione in Seconda Divisione con il nome di Società Sportiva Catania (poi cambiato in Associazione Calcio Fascista Catania). La prima stagione in Serie B è la 1934-35: prima della Seconda Guerra Mondiale saranno quattro le partecipazioni alla cadetteria. Con la guerra, la società si sciolse.
La Storia della squadra di Enna-Le origini
G.S.D. Enna Calcio è una squadra di calcio di Enna. Gioca nel Campionato di Eccellenza siciliano, ma ha trascorsi in Serie D e in Serie C2. Una crisi economica ha costretto la squadra al fallimento dopo l'ultima retrocessione dalla C2 alla D (nel Campionato 1990-1991) e da allora la società non si è più ripresa. Gioca al Generale Gaeta di Enna.
Durante la stagione 2004-2005 ottiene ai play-off del Campionato di Promozione la vittoria del Trofeo Tomaselli sul campo neutro dello Stadio Marco Tomaselli di Caltanissetta, ottenendo la conseguente promozione in Eccellenza.
La stagione 2005-2006, prevedeva una sofferta salvezza, che comunque arrivò facilmente con diverse giornate d'anticipo, portando i gialloverdi ai play-off, venendo eliminati con uno 0-0 dai forti avversari dell'Akragas (ottennero ugualmente la promozione gli agrigentini grazie al miglior piazzamento in campionato) sul neutro di Gela.
La Storia della squadra del Messina-Le origini
La prima squadra cittadina di football, fu fondata l'1 dicembre 1900 ad opera del messinese Alfredo Marangolo. Il primo allenatore e capitano della squadra fu F. L. Padgett che restò solo per un anno nel Messina. Il Messina a quei tempi giocava le sue partite interne al San Raineri. La prima partita disputata dal Football Club Messina (che annoverava tra i suoi calciatori molti inglesi risale all'aprile del 1901, fu il primo derby siciliano a Palermo e venne vinta dal Palermo per 3-2.
Nel 1904 il Messina si prese la rivincita sul Palermo vincendo il derby per 3-2. Nel 1905 Messina e Palermo si affrontarono di nuovo nella finale della Whitaker Challenge Cup; il Messina vinse la partita per 3-2 e anche il suo primo trofeo. Nell'anno successivo il Messina bissò il successo dell'anno precedente battendo al San Raineri il Palermo per 2-1. Dopo il terremoto del 1908 , il calcio a Messina riprese nel 1909, ad opera di Mister Barret che spese soldi di tasca propria per far rinascere l'attività calcistica a Messina. Gli anni 20 e 30- Alla fine della I guerra mondiale venne fondata l' U.S. Messinese che partecipò alla Coppa Federale (una competizione cui partecipavano solo squadre siciliane) l'anno successivo. Il club participò al campionato di Prima Divisione (allora la Massima Divisione) 1921-22 organizzato dalla C.C.I. classificandosi al 3° posto nel girone siciliano; questo fu il primo campionato di massima serie a cui parteciparono squadre siciliane. Nell'anno successivo la FIGC e la CCI si riunificarono. Questa riunificazione coincise con la fusione di tutte le squadre messinesi in un unica squadra. Infatti l' Umberto Messina si fuse con l' U.S. Messinese e il club cambio il suo nome in U.S. Messinese Umberto nell'Ottobre 1922. Il mese successivo la nuova squadra si fuse di nuovo, questa volta con il Messina Sporting Club; da questa unione nacque il Messina Football Club. Lo stadio in cui la squadra giocava le sue partite interne a quei tempi era lo Stadio "Enzo Geraci". Solo due anni dopo nel dicembre 1924 l'FC Messina si sciolse e i suoi calciatori entrarono a far parte dell' U.S. Messinese.Nel 1925 il Messinese si qualificò per la prima volta alle semifinali interregionali Lega Sud grazie a una vittoria per 3-0 contro il Palermo, nel campionato siciliano del campionato di I Divisione 1924-25. Tuttavia nelle semifinali lega Sud arrivò ultima nel suo girone (dietro all' Alba Roma, Cavese e Liberty Bari) e non riuscì a vincere neanche una partita segnando solo due gol in sei partite.
Nella stagione successiva il Messina venne umiliata dal Palermo che lo sconfisse per 7-1, somma dei risultati nel campionato siciliano. Il Messina venne comunque ammessa alle semifinali ma con risultati simili a quelli dell'anno precedente. A seguito della riforma dei campionati del 1926 il Messina venne ammesso al campionato di Seconda Divisione. Nella stagione 1929-30 Il Messina sfiorò la promozione in Serie B terminando il campionato al secondo posto dietro i rivali del Palermo; il Messina venne promosso in Serie B nel 1932. Messina rimase in Serie B per sei stagioni sfiorando addirittura la promozione in Serie A nella stagione 1935-36. Retrocessa in Serie C nel 1938 l'AC Messina si ritirò dal campionato di Serie C nella stagione 1940-41.
La Storia della squadra del Palermo-Le origini
La storia del Palermo calcio è una delle storie calcistiche più belle di tutti i tempi. Una squadra nata per il puro divertimento dei nobili di fine Ottocento(come del resto accadde in città come Londra o Genova), ha sempre posseduto un certo fascino che ha letteralmente incantato generazioni e generazioni di palermitani. Gli stessi colori," il rosa delle vittorie ed il nero delle sconfitte",sottolineano un pò quello che è sempre stato il cammino dell'aquila rosanero:si è passati spesso da anni di splendore e gloria ad anni grigi e vergognosi. Con questa stesura vogliamo offrirvi alcune informazioni sul vecchio Palermo,parlando della sua nascita, avvenuta a inizio Novecento,proseguendo per i periodi bellici sino ad arrivare all'ultima serie A(1972) ed ai giorni nostri...
La Storia della squadra di Ragusa-Le origini
L'Unione Sportiva Ragusa era una società calcistica di Ragusa. Campo di Gioco: Stadio "Aldo Campo" di Ragusa (3.500 posti)-Colori Sociali: Azzurro.
Il calcio a Ragusa arrivò prima della fondazione di questa società, nel 1949: sin dagli anni '30 esistevano almeno 2 squadre la F.U.C.I. e la JUNIOR, che giocavano allo stadio ENAL (costruito nel 1928 ed inaugurato con una partita fra le rappresentative di Ragusa e di Rosolini finita 2-1 per i ragusani). Si ha notizia nel campionato 1940-41 di una squadra che portava il nome della città iblea e militava in I Divisione (un livello sotto la serie C).
Per quasi trent'anni l'U.S. Ragusa ha militato tra Serie D e Promozione regionale, ma nel 1977 è arrivata la svolta: gli azzurri hanno vinto il girone I di Serie D e sono stati promossi in Serie C. Per quattro anni la squadra figura tra i semiprofessionisti: 17° la prima stagione (passaggio in Serie C2), 16° la seconda, 9° la terza e 18° e ultima nel campionato 1980-81, che sancì il ritorno in Serie D.
La Serie C2 sarebbe ritornata solo nella stagione 2001-02, con la seconda vittoria del girone I di Serie D. Nel 2003 il Ragusa si è salvato classificandosi al 13° posto del girone C. Nel 2004 è arrivato 15° ed è stato costretto a giocare i play-out, vincendoli contro il Castel di Sangro. Nel 2005 ha concluso la stagione ancora una volta al 15° posto, ma questa volta il Taranto ha avuto la meglio agli spareggi, relegando gli azzurri in Serie D.
La Storia della squadra del Trapani-Le origini
L'Associazione Sportiva Trapani è la principale società calcistica di Trapani. La società è stata rifondata nel 2002 quando l'Associazione Sportiva Città di Trapani (fondata nel 1998) modificò il proprio nome il Asd Trapani calcio. Pochi mesi prima, invece, il Trapani Calcio (discendente dell'Unione Sportiva Trapanese fondata nel 1905), era stato escluso dal campionato regionale di Eccellenza (dove militava) a causa di problemi economici.
Il Trapani è la terza società calcistica più vecchia in Sicilia. Dal momento della fondazione della prima società calcista trapanese (l'US Trapanese, appunto), il calcio ha vissuto il suo primo vero campionato nella stagione 1921-22, quando la Vigor Trapani arrivò 5a nel girone siciliano della I Categoria C.C.I..
Da allora la società ha cambiato molte volte il proprio nome: Trapani AS, Juventus Trapani, Drepanum AS, Trapani AC, Trapani AS 1906, Trapani Calcio. Ha preso parte in totale a 37 campionati di Serie C (1 in I Divisione, 23 in Serie C, 10 in Serie C2 e 3 in Serie C1), arrivando al massimo al secondo posto nel campionato 1960-61. Nel 1993-94 sotto la presidenza Bulgarella, allenatore Ignazio Arcoleo, vince il torneo di C2 e nel 1994-95, arrivò ai playoff di C1, ma mancò la promozione in B, sconfitta con un gol al 92° della gara di ritorno a Gualdo.
L'ultima partecipazione alla Serie C2 risale al 1999-00, quando i granata arrivarono ultimi e furono anche costretti a ripartire dall'Eccellenza per il fallimento della società. Attualmente, la squadra milita in Eccellenza, dopo la retrocessione dalla Serie D. Il 16 maggio 2006 la giustizia sportiva ha inflitto una penalizzazione di 12 punti, da scontare nel prossimo torneo, perché un dirigente ha cercato di "aggiustare" la gara interna con la Rossanese, poi persa 2-1. Ma comunque la squadra affronta bene il campionato riuscendo a salvarsi dalla retrocessione "scandalosa" in promozione.

 Totò Mirabile

“Ruoli e compiti dei Musei  delle tradizioni e arti contadine”14 settembre 2006

Marsala, lì 14 settembre 2006- Il ruolo attuale del Museo

Il ruolo attuale del museo va inquadrato e letto all'interno della più ampia problematica sulla "organizzazione della cultura", al fine di evitare non solo la vecchia idea dell'istituzione ottocentesca, ma anche la fuorviante illusione del tanto in voga "effimero".
In uno scenario contraddistinto dall'esigenza di tutela e valorizzazione, sia nel senso di memoria storica, sia per fini di sviluppo turistico, dalla maturazione velocissima di larghi strati della popolazione, che ha determinato una forte richiesta di partecipazione ai fenomeni culturali, e dall'attenzione crescente dei media per il nostro patrimonio, il tema della conoscenza dei beni culturali e del museo non è più monopolio degli addetti ai lavori, ma diviene materia di riflessione e di concreta operatività nel mondo della scuola e, in generale, in ampi segmenti della società civile.
Se, fino ad un recente passato, i compiti istituzionali di un museo erano quelli della raccolta, della conservazione e della valorizzazione dei materiali, oggi queste sfere operative non esauriscono la propria azione entro un ambito ristretto: si precisano e si ampliano, infatti, le funzioni connesse alla realizzazione ed alla produzione di iniziative culturali, nonché alle attività con caratteristiche di servizio che spaziano dal pubblico scolare a quello adulto, offrendo una vasta gamma di opzioni all'interno (attività sperimentali, gioco - apprendimento) e all'esterno dell'istituzione ("museo non museo , museo fuori del museo"). Ciò contribuisce a trasformare il museo da oggetto a soggetto attivo dei processi culturali e dei progetti di intervento.
Il potenziamento e l'affinamento delle attività di conservazione e di valorizzazione alimentano le funzioni, altrettanto importanti e necessarie, di studio, educazione e promozione culturale ai diversi livelli della società: cosi il "museo degli oggetti" diventa il "museo dei concetti".
Questa nuova politica gestionale, che trae origine dal processo di profonda revisione e riqualificazione della struttura museale, ha animato, sin dall'inizio, l'operazione di ristrutturazione del Museo provinciale, sulla base della precisa convinzione che tale struttura debba aprirsi al territorio, ovvero proiettare all'esterno un programma ricco e polivalente, capace di contribuire dinamicamente allo sviluppo culturale: il superamento della struttura "contenitore" si attua con la realizzazione di un luogo operativo e informativo, sede di più attività parallele, punto di incontro sociale o di espletamento di iniziative di interesse collettivo.
Il nostro museo deve oggi configurarsi quale istituto culturale al servizio dei cittadini, un presidio territoriale che deve agire organicamente sulle realtà "minori" (raccolte, aree archeologiche, piccoli musei) esistenti sul territorio: infatti, anche se individualmente non possono assurgere ad una dimensione strutturale di servizio, queste possono acquistare una loro piena identità, all'interno di un unico impianto riaggregante, identificabile nel "museo d'area". La nostra struttura va quindi orientata anche verso il recupero delle zone a carattere turistico - culturale, con particolare attenzione all'ambiente naturale e alle sue risorse, per raccoglierne le testimonianze significative e proporle come strumento di conoscenza della stratificazione storica, valorizzandole nell'ambito di una pianificazione integrata.
Il Museo, ovviamente, è particolarmente adatto a promuovere iniziative in rapporto con le altre istituzioni presenti nel territorio, in piena coerenza con il potenziamento funzionale che le Leggi 142/90 e 127/97 comportano al ruolo della Provincia.

Alla scoperta della Casa Museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide (Siracusa)

Di recente avevamo parlato della Casa Museo Antonino Uccello riguardante i modelli istituzionali e percorsi normativi dei musei etnografici.
L’argomento è di sicuro interesse perché il rilancio di un territorio passa anche dal rilancio di quei contenitori che conservano la memoria del medesimo.
Da questa osservazione nasce l’intervista al Direttore della Casa Museo, il Dr. Gaetano Pennino. Cosa rappresenta per la politica ambientale, culturale e turistica della Regione Siciliana la Casa museo? La Casa museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide è uno dei musei etnografici di maggiore tradizione in Sicilia e nel Meridione d’Italia, unitamente al Museo Giuseppe Pitrè di Palermo.  La sua nascita, la sua crescita istituzionale e la sua trasformazione in Museo regionale ha segnato uno dei più importanti paradigmi nella storia delle istituzioni del genere, assumendo significativo rilievo non solo dal punto di vista politico ma anche sotto il profilo della gestione e delle scelte di conduzione che ne hanno regolato la vita negli ultimi anni. Oggi la Casa museo è un riferimento culturale per tutto il territorio ibleo, è un segno di riconoscimento dell’dentità e del profilo delle comunità stanziate nell’area in cui si colloca, è un’opportunità istituzionale di contatti e di rapporti per tutti coloro che vogliano approfondire la conoscenza del tessuto economico e sociale della Sicilia preindustriale – soprattutto nel periodo limite che segna la sua radicale trasformazione –, è una risorsa che può diventare anche traino di fenomeni economici e imprenditoriali per iniziative che guardino all’indotto culturale e ai fenomeni di contorno che possono svilupparsi con lungimiranza di investimenti e capacità organizzativa di carattere innovativo. Qual è la "mission" della Casa Museo? Forse quella di indicare una maggiore attenzione al territorio e alla sua storia? La funzione della Casa museo non è diversa da quella di tutti gli altri musei, secondo la definizione che di quest’istituzione ne dà l’ICOM (International Council of Museums e che è opportuno riportare: Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto. Naturalmente la specificità della Casa museo Antonino Uccello quale museo etnografico e del folklore del territorio ibleo, la pone in prima linea fra le istituzioni al servizio della società e del suo sviluppo delegate a far conoscere le modalità di organizzazione culturale ed economica delle comunità prevalentemente contadine, pastorali, artigianali comunque organizzate secondo modalità, regole e sistemi tradizionali di conduzione del sapere.Ciò non limita la possibilità che il Museo di Palazzolo Acreide diventi tout court un’istituzione culturale ad ampio raggio, come di fatto si è anche caratterizzato in questi ultimi anni assolvendo un compito di promozione anche artistica e di animazione nel territorio. Credo che la Casa Museo sia un esempio di Bene Culturale parte attiva del territorio, o sbaglio? Ciò che lei osserva, oltre ad essere assolutamente pertinente, rimanda e allude a un concetto di museo che oggi tende a definirsi con il prefisso “eco” : ecomuseo; intendo dire che, unitamente a tanti altri musei del territorio ibleo e, in particolare il Museo di Buscemi . I luoghi del lavoro contadino, la Casa museo ha fortemente voluto giocare un ruolo attivo nel territorio ridefinendo i suoi perimetri d’azione, che sono diventati sovracomunali e perfino sovraprovinciali, caratterizzandosi per il coinvolgimento, quanto più esteso possibile, di operatori impegnati a vario titolo nel tessuto non solo culturale ma anche economico, rivolgendo particolare attenzione alla valorizzazione delle risorse endogene. Questa tendenza, fra altre, è uno dei compiti più chiari e più incisivi dell’ecomuseo. In che modo la Casa Museo contribuisce a riequilibrare le relazioni fra ambiente, paesaggio e territorio?
Ogni azione che favorisce la conoscenza e la consapevolezza del rapporto tra uomo (cultura), paesaggio (natura) e territorio (articolazione di unità culturali e unità naturali) è un’azione riequilibrante, supposto che, in questo periodo storico, vi sia necessità di un riequilibrio tra questi elementi/agenti.
In altri termini, testimoniare con tutte le modalità proprie di comunicazione del Museo, le specificità territoriali e il loro profilo culturale, favorendone la conoscenza e la
consapevolezza quali risorse, immette energie riequilibranti che agiscono quali forti contrappesi avversi a tendenze omologanti e, in qualche modo, desertificanti. Non crede che c’è ancora poca attenzione da parte di tutti noi nei confronti della Cultura che potrebbe essere uno straordinario volano di sviluppo? La risposta a questa domanda potrebbe condurre a un elenco di affermazioni forse ormai troppo usurate sul versante dell’identificazione della Cultura, ovvero dei fenomeni culturali strutturati in forma di  venti/avvenimenti/luoghi/evidenze di pubblica rilevanza (ché a questo ci riferiamo, non certo al concetto antropologico di Cultura), quale agente di sviluppo. Non c’è dubbio che una collettività che mostra al meglio ciò che è, ciò che è stata, ciò che può essere, ciò che esprime e ciò che crea è una collettività destinata a farsi conoscere e a far conoscere; è una collettività che moltiplica le opportunità attorno a sé e che non rimane inerte rispetto alla sua identità che, peraltro, è tale, quanto più si confronta e si afferma nel rapporto con altre identità. In che modo la Casa Museo fa parte del sistema delle "Città barocche della Val di Noto"? Potrei rispondere dicendo, provocatoriamente, che la Casa museo fa parte del sistema a partire dal suo contenitore: Palazzo Ferla, edificio realizzato dopo il terremoto del 1693 con magniloquenza barocca.  In verità, ciò che si dimentica, talvolta, è che dietro i disegnatori del barocco e i magnifici architetti vi erano gli scalpellini che lavoravano la pietra con sapienza antica di mano e di tecnica, senza la quale, ovviamente, mancherebbe l’aspetto realizzativo del barocco, la rasformazione dall’idea al manufatto. La Casa museo è una testimonianza anche di quella tecnica e, comunque, del mondo culturale che la sottendeva e la derivava.Ci può presentare il convegno MuseoLogica? MuseoLogica è stato il tentativo, forse riuscito, di mettere a confronto  sperienze di gestione e di conduzione di istituzioni museografiche siciliane, italiane ed europee. Tale confronto si è reso necessario per formulare nuove ipotesi di regolamentazione della vita attuale dei musei, soprattutto in Sicilia, dove sostanzialmente si è abbandonati a una triste sopravvivenza. E’ impossibile riportare in poche parole gli esiti del convegno. Si possono, tuttavia, formulare almeno due considerazioni:
1) con minimo sforzo e, soprattutto, senza nuove e maggiori spese, la Regione Siciliana potrebbe attuare una rivoluzione nella gestione dei suoi musei percorrendo la strada della responsabilizzazione piena dei suoi vertici apicali e l’autonomia effettiva degli istituti; questo non risolverebbe tutti i problemi antichissimi (carenza di personale, scarsa flessibilità dell’impianto organizzativo generale delle istituzioni, carenza di programmazione) ma potrebbe, certamente, risolverne almeno la metà;
2) non si può ragionare di musei con l’angoscia della sostenibilità sotto il profilo economico, cercando a tutti i costi di trasformarli in luoghi di profitto (ricordiamo la definizione di museo, prima riportata, dell’ICOM). È preferibile fare una scelta in ordine ai musei che devono rimanere aperti e quelli che devono essere ricondotti a depositi, piuttosto che snaturarne la funzione o, peggio, avvilirla facendo divenire le istituzioni luoghi di intrattenimento caratterizzato da proposte culturalmente squalificanti e improvvisate. In che modo poter sviluppare un network di musei etnografici? Noi (cioè la Casa museo d’intesa con altri musei del territorio ibleo), di fatto, l’abbiamo già realizzato con la Rete museale etnografica iblea che consiste di un protocollo d’intesa, firmato nel 2005, fra circa 20 soggetti pubblici e privati gestori di siti e istituzioni che si occupano del folkore della Sicilia sud-orientale e iblea, ovviamente, in particolare. Stiamo lavorando in collaborazione e con buoni risultati. Si potrebbe potenziare l’attività se di questa Rete di coordinamento, unica in Sicilia, si accorgesse qualche Assessore o qualche Sindaco influente e accorto, capace di condurci ad interlocuzioni importanti e portanti! O prima o poi speriamo di far breccia e di far comprendere le potenzialità che sono enormi. E’ possibile rilanciare la tradizione del "Grand Tour" a partire dai musei etnografici? Non credo. Il punto di vista di un viaggiatore del "Grand Tour" spazia per orizzonti larghi e vasti itinerari. A questi non possono essere estranei i musei etnografci ma dubito possano costituire il centro di interesse. Quali i progetti futuri di promozione della Casa Museo? Il mio impegno primario, attualmente, è volto all’ampliamento del Museo che, fra breve, dovrebbe poter occupare l’intera superficie di Palazzo Ferla, a Palazzolo Acreide. Quando disporremo di locali più ampi e adeguati moltiplicheremo i nostri sforzi, con o senza risorse specifiche: la Casa museo offrirà al pubblico mostre, eventi culturali, dibattiti, iniziative editoriali, iniziative in collaborazione con scuole e università e molto altro ancora. Se gli amministratori non ci sosterranno, condurremo iniziative con il supporto della collettività che sapremo coinvolgere, così come faceva Antonino Uccello, sollecitando il senso di orgoglio, il sentimento di identità e di appartenenza alla cultura degli iblei. Una cultura antica, permeata anche di solidarietà e di affascinanti proiezioni ideali nel gusto e nello stile.

 Totò Mirabile

Il presepe statico del Museo Mirabile Seconda edizione - Marsala, lì 23/12/2006

Il Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine di Marsala, sito in c/da Fossarrunza n.198, appartenente alla Frazione di Terrenove/Bambina, nell’ambito dei programmi fissati ed in prossimità delle festività natalizie 2006, ha allestito, per la seconda volta,  il Presepe.
Si tratta di una rievocazione della natività di Gesù bambino mediante la costruzione di una scenografia realistica miniaturizzata degli ambienti di una volta, nella quale sono inseriti i classici personaggi “presepali”.
L’originalità di questo presepe è che le casette, che formano l’agglomerato del paesello di Betlemme, sono state costruite dallo stesso fondatore del Museo, Totò Mirabile, utilizzando circa trent’anni fa dei piccoli pezzettini di legno di mogano, frutto dello scarto di lavorazione di porte interne (Bussole) che furono prelevati dalla bottega artigianale di falegnameria del suocero Cavalier Ignazio Parrinello.
Le casette sono state costruite con la tecnica dell’incollaggio dei legnetti usando lo stesso sistema adoperato per la costruzione delle grandi abitazioni.
Risultano, così, essere veramente originali nel loro stile specialmente la fortezza di Pilato, che sembra un vero castello dell’epoca.
I personaggi sono sparsi qui e la, a seconda dei mestieri o della scena che rappresentano.
Le montagne sono state realizzate con pietre vere aventi particolari forme e studiate per l’utilizzo stesso del Museo, mentre il deserto è realizzato con sabbia gialla vera.
Nel fiume scorre acqua vera che scende dalla cima del monte azionando un piccolo rubinetto e la stessa va a depositarsi in un lago a livello costante, in modo che l’acqua che vi sopraggiunge defluisce mediante uno scarico mimetizzato.
I personaggi, tutti  di plastica, non sono in movimento e risalgono ad una quarantina di anni fa.
La grotta si differisce dalle altre case perché assume la forma di una capanna.
Diverse sono le figure dei mestieri:
Il pecoraio, il cacciatore, il muratore, il macellaio l’arrotino,il pescivendolo, il pescatore, la filatrice, il fabbro, il mugnaio, il fornaio, il fruttivendolo, ecc.
Diverse sono invece le figure dei viandanti:
La portatrice d’acqua, il contadino con asino carico di legna, il pecoraio con sulle spalle un capretto, la donna con dei capponi, il mendicante, lo spirdato, il carrettiere, ecc.
L’ambientazione della capanna è la solita con Gesù bambino, Maria e Giuseppe, i tre re magi, l’angelo sopra la capanna, il durmigliusu, ed alcuni pastori in ginocchio.
La regia di Pilato con i centurioni romani e nel deserto cammelli al passo tirati dal cammelliere.
Il pescatore alla riva del lago, il mulino a vento il forno, il ponte sul fiume, la montagna con il bosco di conifere dove all’interno riposano lepri e conigli e sulle cime degli alberi uccelli posati sui nidi.
Una nota degna di essere annotata è quella che ogni casetta ha il suo interno o all’esterno l’illuminazione.
Trattasi di minuscole lampadine di vario colore che accese di sera fanno un bellissimo effetto.
Questa seconda edizione del presepe, a differenza della prima, è stata allestita nella veranda esterna del Museo.
Notevoli sono stati gli sforzi per la realizzazione del Presepe e ciò si è potuto realizzare grazie all’aiuto dei familiari, amici e parenti.

Totò Mirabile

ANNO 2007

LE TABELLE DI LUOGO ED I LUOGHI DI SICILIA”   Marsala, lì 20/08/2007

RELAZIONE INIZIALE
In una delle tante estati passate in villeggiatura nella casa al mare, venivano a trovarci gruppi di amici per trascorrere le serate in compagnia. Si parlava, si parlava, si parlava e poi, quando gli argomenti si esaurivano, si passava a cantare accompagnati dalla mia chitarra che suonavo volentieri per gli amici.  Una sera, parlando parlando, si pensò di organizzare una gita nei dintorni. Io non accettavo le proposte  in quanto  avevo già visitato quei luoghi. Allora, uno degli amici esclamò: Non è possibile che tu conosca tutti i luoghi della Sicilia! Io lo guardai meravigliato e risposi: Tu non sai tante cose di me! Io la Sicilia la conosco quasi al novanta per cento!  Allora l’amico mi chiese: Comunque, ci sarà un luogo che non hai visitato? Io risposi. Pantelleria non la conosco! Anche se a dire il vero una volta proveniente da Lampedusa, con l’aereo atterrammo su Pantelleria! Precisai Subito dopo. Si fini, quella sera, per decidere di andare a San Vito Lo Capo. La notte non riuscì a prendere sonno perché un pensiero mi ossessionava:  Ho detto che conosco circa il novanta per cento dei luoghi di Sicilia, ma come poterlo dimostrare? Le foto che avevo fatto durante tutti questi anni e le cartoline che avevo acquistato erano sicuramente una prova per un collezionista come me; I film che avevo girato con la mia antica cinepresa potevano essere una prova! L’indomani partimmo per quella escursione, però, durante il giorno, non feci altro che pensare a quei siti già visitati e con la mente rivedevo i frammenti e gli scorci che mi potessero fare ricordare  quei luoghi a me tanto cari. Così, da quel giorno, non feci altro che ricercare e staccare dagli album tutte le foto e le cartoline, che con grande ordine avevo conservato, per assemblarle in un album particolare che volli intitolare: “ Località di Sicilia”.   Poi mi accorsi che avevo delle foto che riproducevano le tabelle di quei luoghi. Improvvisamente una stella brillò nel cielo e la mia mente si illuminò: Ecco la prova!     Le tabelle di luogo sono sicuramente la dimostrazione che io sono stato in quei paesi della Sicilia! A questo punto cambiai titolo alla raccolta e la chiamai:                 “Le tabelle dei luoghi di Sicilia”. Ma la raccolta mi sembrò sterile, cioè priva di interesse per il prossimo e così mi chiesi:  Cosa poteva importare agli altri se io ero stato in tutti quei posti? Niente! Fu la risposta che mi diedi. Così, consultai la guida dei codici di avviamento postale e la usai come indice della raccolta e pensai di arricchirla, inserendo delle notizie su i luoghi visitati. Scovai gli appunti che avevo preso man mano giungevo in quei luoghi e rilasciatimi dai Cittadini di quei paesi. Qualsiasi notizia che apprendevo sulle origini del paese, dei monumenti, della geografia, e soprattutto delle festività locali, l’ascoltavo con interesse. Chiedevo chi fosse il Santo patrono del luogo, a sua volta, a quale diocesi appartenesse il paese e notizie particolari che potessero essere di interesse per il visitatore. Le pro loco mi hanno fornito tanti pieghevoli realizzati sulle località, oltre a farmi da guida nelle visite di alcuni luoghi difficili da raggiungere. Naturalmente, quelle notizie ricevute le ho verificate e riscontrate con delle ricerche, consultando enciclopedie, libri, riviste e, negli ultimi anni, persino internet. Successivamente, aggiornai la raccolta inserendo anche i prefissi telefonici ed il codice di avviamento postale. La raccolta, quindi, mi sembrò sufficiente per lo scopo finale, cioè quello di essere una guida per chiunque volesse visitare i meravigliosi luoghi della mia Sicilia. Infine, pensando fosse riduttivo il suddetto titolo, decisi di integrarlo  chiamando la raccolta: “ Le tabelle di Luogo ed i Luoghi di Sicilia “.
Totò Mirabile  

NOTA DELL’AUTORE
Desidero ringraziare le pro loco dei paesi visitati, i tabaccai che mi hanno venduto le cartoline e quelli che me le hanno regalato, i ragazzi dei luoghi che mi correvano dietro facendomi da  guida dei loro paesi, i fotografi che mi hanno favorito nella vendita di rullini fotografici aprendo il proprio negozio anche in anticipo, le autorità e, la polizia stradale che spesso mi ha dato indicazioni sulle migliori strade da percorrere, tutti quanti si sono messi a disposizione per la realizzazione di questa opera:
”Le Tabelle di luogo sono il biglietto da visita di ogni  località,di ogni paese  e di ogni città".        
Infine, desidero ringraziare mia moglie Enza per avermi collaborato in maniera esemplare durante tutti i viaggi effettuati in giro per la Sicilia, alla quale dedico questo lavoro.                          
Totò Mirabile    

RAG. SALVATORE MIRABILE
via Roma, n.64/66
91025 MARSALA
Albo Ragionieri di Marsala - Sez. Elenco Speciale
Revisore Contabile –  Funzionario Resais
Cod. Fis. MRB SVT 51A03 C654F                                            

AL SIGNOR   SINDACO
DEL COMUNE DI MARSALA
91025 MARSALA

Oggetto: “Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine”  di Marsala.
Il Sottoscritto Rag. Salvatore Mirabile, nato a Chiusa Sclafani (PA) e residente a Marsala in Via Roma n.64/66, comunica alla S.S. Ill.ma che alcuni anni addietro ha fondato a Marsala il “ Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine “, sito in C/da Terrenove - Fossarrunza n.198.
Il Museo è una struttura privata creato appositamente per  cercare di conservare le tradizioni, (usi e costumi che furono patrimonio culturale di una civiltà non tanto lontana) affinché non vadano perse per sempre ed, inoltre, attraverso utensili ed attrezzi, il ricordo degli antichi mestieri praticati tempo fa, nonché le numerose arti della civiltà contadina.
La tradizione è memoria; non sempre la memoria è tradizione, così il Museo vuole, appunto, ricordare ciò che resta ancora della terra di Sicilia, e principalmente di Marsala, affinché di esse, nei propri figli, non resti solo sangue nelle vene, ma memoria e cultura.
Il sottoscritto sarà onorato di ricevere la S.S. e la Sua Giunta presso la sede del Museo Mirabile di Marsala e di avere apposte le loro prestigiose firme nel registro delle visite del Museo.
Con l’occasione chiede che il Museo Mirabile (già facente parte del tour turistico in occasione degli atti della “ Louis Vuitton Cup “ tenutisi lo scorso ottobre a Trapani ) venga inserito nel sito web del Comune di Marsala nella sezione “ Musei ” dove sono elencati i Link corrispondenti ai siti internet dei Musei della Nostra Città.
Il “Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine”  di Marsala attualmente osserva l’apertura al pubblico gratuitamente come segue:
Gennaio/Febbraio/Marzo/Aprile: tutti i sabati e le domeniche dalle ore 10,00 alle ore 13,00;
Maggio/Giugno/Luglio/Agosto/Settembre/Ottobre: tutti i giorni dalle ore 17 alle ore 20,00;
Novembre/dicembre: tutti i sabati e le domeniche dalle ore 10,00 alle ore 13,00.
E’ possibile concordare orari diversi con la segreteria: tel.0923/998485-0923/953793,  e-mail: mirabisa@libero.itQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. – cell. 333/2901969.
Il “Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine” ha il seguente sito web: www.museomirabilemarsala.it
Certo che al più presto il Museo sarà onorato della Sua visita e di quella della Sua Giunta e che la  superiore richiesta venga benevolmente accolta, ringrazia anticipatamente e porge i suoi più distinti saluti.
Marsala, lì                                                
F  I  R  M  A T O
SALVATORE MIRABILE

RELAZIONE FINALE

Il Museo Mirabile ha allestito una mostra di foto/cartoline dal titolo: “LE TABELLE DI LUOGO ED I LUOGHI DI SICILIA “.
La mostra, come volevasi dimostrare, ha ottenuto un grande successo di visitatori ed è stato  il risultato del certosino lavoro di ricerca, svolto con passione ed entusiasmo dal sottoscritto, definito “ collezionista da record “, in questa esposizione è riuscita a condensare e valorizzare i luoghi e gli scorci più suggestivi e panoramici di tutte le località della Sicilia; località visitate personalmente dal sottoscritto nel corso degli anni passati,  impresa molto difficile che a memoria d'uomo non si ricorda nessun altro abbia eseguito precedentemente, detenendo, così, forse, come hanno detto in molti, un primato che nessuno ha mai raggiunto. La mostra ha messo in risalto foto, formato cartolina, delle tabelle di luogo scattate personalmente  e cartoline dei luoghi di tutta la Sicilia acquistate durante le  visite. La grande varietà tematica delle cartoline  raccolte comprendeva piazze, strade, luoghi di culto, paesaggi naturalistici e panorami. La mostra ha esposto centinaia dei pezzi più significativi della poderosa collezione, da quelli in bianco e nero a quelli a colori. Il percorso espositivo ha condotto il visitatore in un viaggio che attraversa tutta la Sicilia e, la divisione in province, ha offerto un excursus dei luoghi in modo da essere certi che nessun Comune  è stato trascurato o dimenticato.   Il progetto espositivo ha messo bene in evidenza  i cambiamenti e le trasformazioni paesaggistiche e urbane intervenute nel tempo. La mostra inaugurata il 20/08/07 alle ore 10.30 circa dal Sig. Sindaco del Comune di Marsala, Avv. Renzo Carini, e dalla vicepresidente del Consiglio Comunale Rag. Rosanna Genna ha visto la presenza di Autorità civili e religiose. Sono intervenuti: L’Ass. Anna Bandini, i consiglieri comunali Arcara, e Licari, il sacerdote  della Parrocchia Maria ausiliatrice dei salesiani don Giuseppe Cigna, l’ex Colonnello Leo Carbone ecc.La mostra è stata  visitabile  tutti i  pomeriggi dalle 17.30 alle 19.30. Durante i festeggiamenti del “Chianu Ranni” che si sono svolti nella piazza intitolata ad  Enrico Piccione, dal 24/08/07 al 26/08/07  la mostra ha osservato l'apertura con orario continuato. I visitatori della mostra hanno anche visitato gratuitamente  il Museo aperto tutto l'anno e moltissimi di loro hanno ricordato il loro passato attraverso gli oggetti ivi esposti e che hanno accompagnato i momenti della vita di ognuno di loro.
Totò Mirabile

Il Museo Mirabile accoglie le Fiat 500 - Marsala, lì 25/11/2007

In occasione della manifestazione “   Wine Sicily”, organizzata dal Comune di Marsala,  che sarà tenuta dal 22 al 25 c. m.,  il Museo Mirabile delle Tradizioni ed arti Contadine di Marsala, con sede in C/da Fossarunza n.198, domenica 25, a partire dalle ore 15,30, spalancherà le sue porte per accogliere i soci del Coordinamento di Marsala e di altri Coordinamenti limitrofi del “ FIAT 500 Club Italia. Chiunque vorrà visitare il Museo Mirabile, gratuitamente, avrà modo di apprezzare quanto recuperato dell’arte contadina del passato ed in particolare  delle ns. tradizioni, ed ammirare le meravigliose FIAT 500 che rappresentano una delle nostre tradizioni automobilistiche principali della storia della crescita economica del Nostro Paese.
Il Responsabile del Museo
Rag. Salvatore Mirabile

 

ANNO 2008

Auto d'epoca come le ciliegie 07/06/2008
Il Museo Mirabile in collaborazione con il FIAT 500 Club Italia

“Sfilata auto d’epoca alla XXXIX Sagra delle ciliegie” Chiusa Sclafani, lì 07/06/2008

Programma  della giornata
Partenza della carovana delle auto d’epoca da Marsala alle ore 10,00
Prima sosta a Strasatti per incontro con altri partecipanti
Seconda sosta a Castelvetrano per incontro con altri partecipanti
Colazione dei partecipanti a Castelvetrano
Partenza da Castelvetrano alle ore 11,00
Arrivo a Chiusa alle ore 11,45
Incontro con l’Assessore Giannetto ed il P.A. Vincenzo Giammalva
Sosta delle auto d’epoca  in Piazza Santa Rosalia
Colazione di tutti i partecipanti al bar
Sfilata per le vie cittadine
Sosta delle auto d’epoca in Piazza Castello
Ricevimento in Municipio dei partecipanti
Consegna dei doni all’assessore Giannetto da parte dei Club
Consegna Ufficiale all’assessore Giannetto  del proprio libro sulla Storia di Chiusa da parte di Totò Mirabile
Omaggio da parte dell’assessore Giannetto di targhe ricordo 
Assaggio di cappucce ed omaggio di cestini di ciliegie 
Sfilata per le vie del paese e sosta al Collegio 
Foto ricordo della manifestazione
Pranzo dei partecipanti in agriturismo
Acquisto ciliegie presso la  Cooperativa Alberobello
Partenza della carovana per Marsala

RELAZIONE

Quasi all’inizio dell’estate 2008, in occasione della 39° sagra delle ciliegie, il Club Fiat  500 di Marsala, tramite il Museo Mirabile delle tradizioni e arti contadine di Marsala, è stato invitato ad effettuare una partecipazione alla manifestazione indetta dal Comune di Chiusa Sclafani.
Occorre dire due parole su questo Comune: Chiusa Sclafani, fondato nel 1320 dal conte Matteo Sclafani, nasce come borgo medievale.
Il suo territorio, con una superficie di 5.740 ettari, si trova nella valle del fiume Sosio e fa parte dei 5 Paesi costituenti l’unione Valle del Sosio, al fine di sviluppare e sostenere le potenzialità di un territorio colmo di tradizioni e storia.
La manifestazione, giunta ormai alla 39° edizione, ha come protagonista la ciliegia ed é, per l’intero paese, un’occasione per far conoscere le risorse ambientali, culturali, folkloristiche e gastronomiche del proprio territorio.
La sagra si articola in due giornate, durante le quali si potranno visitare, con l’ausilio di guide, la Riserva naturale Valle del Sosio ed i monumenti del paese.
Il pomeriggio e la sera saranno allietate da spettacoli folkloristici e musicali con immancabili consuete degustazione delle dolcissime e polposissime ciliegie prodotte sul territorio e di prodotti tipici locali.
Il club, quindi, nella persona del suo coordinatore Prof. Renzo Ingrassia, ha aderito all’invito ed in data 07/06/2008, con  un folto gruppo di Fiat 500 è partito da Marsala alla volta di Chiusa Sclafani.
Il club delle FIAT 500 di Marsala, giunto a Chiusa Sclafani  è stato accolto dall’Assessore Gianneto che ha dato disposizioni di mettere in bella mostra le  Fiat 500 in piazza Santa Rosalia.
Dopo una breve colazione offerta dal Comune, guidati dal Funz. Vincenzo Giammalva le auto hanno fatto un giro per le Vie principali del paese andando a sostare, poi, nella meravigliosa piazza Castello, dove erano allestiti gli stand  espositivi delle ciliegie.
Lasciate le auto in mostra statica, il gruppo si è diretto presso la sede del Comune dove l’Assessore Giannetto ci aspettava.
Iniziati i convenevoli di rito con il coordinatore Prof. Renzo Ingrassia che ha donato all’Ass. Giannetto un libro sulla cinquecento.
Dopo, il presidente del Club Startarelli di Trapani ha donato un gagliardetto all’Assessore.
Infine,il responsabile del Museo Mirabile ha fatto un omaggio  all’Assessore donando al Comune il libro dal titolo “ La storia di Chiusa Sclafani “ scritto tanto tempo fa dallo stesso.
Dopodiché L’Assessore Giannetto portando il saluto del Sindaco, ha omaggiato l’intero gruppo di targhe ricordo.
Subito dopo una grande scorpacciata di ciliegie.
La ciliegia è il prodotto tipico del paese le cui cultivar sono la muscatella e la cappuccia.
La prima è costituita da piccoli frutti sferoidali di due varietà, la nera di colore rosso scuro uniforme e la bianca di colore rosso chiaro punteggiata di bianco.
La cultivar cappuccia presenta dei frutti molto più grossi di colore rosso scuro uniforme, la cui polpa, a frutto maturo, continua a mantenere un'ottima consistenza.
Queste ciliegie sono molto apprezzate, oltre che per l'aspetto, anche per il loro sapore che è dolce al punto giusto e per il piacere che lasciano in bocca dopo che vengono assaggiate.
Le ciliegie di Chiusa presentano delle caratteristiche difficilmente imitabili, grazie ad un particolare microclima che contraddistingue il territorio chiusese.
La testimonianza della presenza della coltivazione della ciliegia nel territorio risale a circa un secolo addietro, quando il medico palermitano Giuseppe Pitrè, descrivendo la festa del SS. Crocifisso raccontava che "nello stesso paese si coltivavano delle ciliegie davvero saporite, che vengono mangiate nel periodo della festa".
Ed ancora, negli anni '40, una celebre canzone popolare, annoverando le ricchezze dei paesi dei monti sicani diceva: "a Chiusa, pi cirasi boni".
A metà degli anni '60 si ebbe la vera consacrazione della ciliegia, con l'istituzione della sagra da parte della Pro-loco locale.

 Totò Mirabile

“Le auto in miniatura” 28/08/2008

RELAZIONE

Il Museo Mirabile di Marsala in data 28/08/2008, in concomitanza dei festeggiamenti del  Chianu Ranni e della Madonna Bambina ha allestito una mostra di macchinine in scala 1/43 dal titolo: “Le auto in miniatura”.
La mostra, come volevasi dimostrare, ha ottenuto un grande successo di visitatori ed è stato  il risultato di un lavoro di tanti anni in cui ho collezionato le macchinine, specialmente nel periodo giovanile, periodo in cui spesso ho fatto tante rinunzie per comprare un modellino di auto che mi asciava incantato tutte le volte che ne entravo in possesso.
Avere realizzato questa mostra mi ha riempito di gioia e tutti i preparativi ed il lavoro li ho  svolti con passione ed entusiasmo, conseguendo ancora una volta l’appellativo di “ collezionista da record “.
In questa esposizione sono  riuscito a coinvolgere altri collezionisti riservando loro dei pannelli dove potere esporre le loro macchinine.
La grande varietà delle automobiline in grandissima parte in scala 1/43 era formata da centinaia di pezzi delle più importanti case automobilistiche e la poderosa collezione comprendeva automobiline FIAT, Lancia, Alfa, Renault, Citroen, WW, Mercedes, Porche, Ferrari, Lamborghini,  ecc., tutti in diversi colori.
L’esposizione comprendeva, altresì, delle particolari collezioni tipo, i Taxi del mondo, le auto commerciali, le cadillac, le auto della polizia, le auto d’epoca, ecc.
Il progetto espositivo ha messo bene in evidenza  i cambiamenti e le trasformazioni delle auto intervenute nel tempo.
A rendere più ricca la mostra sono stati i numerosi volumi dove erano descritte le note tecniche, le caratteristiche e la storia dell’auto vera, qui rappresentata dal modellino in scala.
La mostra inaugurata il 20/08/07 alle ore 19,00 circa dall’ Ass. al Bilancio Rag. Francesco Ferrera ha visto la presenza di Autorità civili e religiose.
Sono intervenuti: il Consiglierie comunale Licari, il Sacerdote  della Parrocchia di Terrenove don Caccamo, l’ex Colonnello Leo Carbone, il Giudice di Pace Avv. Salvatore Nocera, l’ex funzionario dell’Ass. Reg. alla Pres. Rag. Salvatore Gendusa di Palermo,ecc.
Il Club delle Fiat Cinquecento di Marsala ha partecipato alla mostra non solo con una ricca ed originale collezione di macchinine inserita nel pannello “ Le Fiat 500 di Renzo Ingrassia “ ma lasciando al Museo, per tutto il periodo della mostra, alcune Fiat 500 d’epoca per rendere più interessante la mostra stessa.
All’indomani dell’inaugurazione e cioè il 29/08/2008, nella mattinata, il Museo Mirabile  ha ospitato alcuni pazienti della Casa di Cura R.S.A. Morana di Marsala.
Invece, per il giorno dei festeggiamenti di Terrenove-Bambina, i soci del Club delle Fiat 500, provenienti  dal raduno di Marsala, hanno fatto sosta al Museo Mirabile  per vedere la Mostra delle auto in miniatura e per un rinfresco, per poi proseguire verso Terrenove.
la mostra è stata  visitabile  tutti i  pomeriggi dalle 17.30 alle 19.30.
Durante i festeggiamenti del “Chianu Ranni” che si sono svolti nella piazza intitolata ad  Enrico Piccione, dal 20/08/2007 al 23/08/07  la mostra ha osservato l'apertura con orario continuato.
Considerato il notevole afflusso di visitatori alla mostra, il Club Sartarelli di Trapani, in occasione al trofeo Zanon per la scalata Trapani- Erice, ha inserito nell’itinerario turistico anche il Museo Mirabile, ove in quel periodo c’era la mostra delle auto in miniatura.
I partecipanti alla sfilata delle auto d’epoca componevano all’incirca una carovana di 100 auto  che sono state esposte nel parcheggio del museo in mostra dei visitatori.
Mentre, i conduttori ed i navigatori hanno visitato la mostra ed il museo.
Gli altri visitatori, oltre a vedere le auto d’epoca, hanno potuto visitare la mostra delle automobiline ed il Museo, il tutto senza spendere una lira e gratuitamente.
Moltissimi di loro hanno ricordato il loro passato attraverso gli oggetti ivi esposti e che hanno accompagnato i momenti della vita di ognuno di loro, ribadendo che il Museo è aperto tutto l'anno dietro appuntamento
Infine, nella pineta del museo, gli ospiti hanno consumato un pasto caldo già preconfezionato distribuito da bellissime hostess.
Alla fine del pranzo e dopo la distribuzione di omaggi, le auto d’epoca sono partite per fare ritorno a Trapani, dove, all’indomani, si sarebbe svolta la gara a cronometro.
E per finire, in data 06/11/2008, la Comunità Terapeutica Assistita Villa Azzurra Srl.- Via San Giuliano di Petrosino - Tel. 0923/731113 con un ricco gruppo di persone, ospiti in quel periodo della Casa, ha fatto visita al Museo per vedere le macchinine che, però, erano state allocate all’interno del Museo.
In conclusione, si può dire che un grande lavoro è stato svolto anche quest’anno e che ha contribuito sicuramente, sebbene in minima parte, rispetto a quanto organizzato da altri, a far conoscere la nostra bella Marsala, accrescendone il valore  della Città sia dal punto di vista culturale che turistico.
Totò Mirabile

ANNO 2009

1° CIRCOLO DIDATTICO STATALE DI CASTELVETRANO
( alunni di classe terza elementare)
Dirigente Scolastico Dott.ssa Rosanna Conciauro

Relazione

Il ruolo attuale del museo
Il ruolo attuale del museo va inquadrato e letto all'interno della più ampia problematica sulla "organizzazione della cultura", al fine di evitare non solo la vecchia idea dell'istituzione ottocentesca, ma anche la fuorviante illusione del tanto in voga "effimero".
In uno scenario contraddistinto dall'esigenza di tutela e valorizzazione, sia nel senso di memoria storica, sia per fini di sviluppo turistico, dalla maturazione velocissima di larghi strati della popolazione, che ha determinato una forte richiesta di partecipazione ai fenomeni culturali, e dall'attenzione crescente dei media per il nostro patrimonio, il tema della conoscenza dei beni culturali e del museo non è più monopolio degli addetti ai lavori, ma diviene materia di riflessione e di concreta operatività nel mondo della scuola e, in generale, in ampi segmenti della società civile.
Se, fino ad un recente passato, i compiti istituzionali di un museo erano quelli della raccolta, della conservazione e della valorizzazione dei materiali, oggi queste sfere operative non esauriscono la propria azione entro un ambito ristretto: si precisano e si ampliano, infatti, le funzioni connesse alla realizzazione ed alla produzione di iniziative culturali, nonché alle attività con caratteristiche di servizio che spaziano dal pubblico scolare a quello adulto, offrendo una vasta gamma di opzioni all'interno (attività sperimentali, gioco - apprendimento) e all'esterno dell'istituzione ("museo non museo , museo fuori del museo").
Ciò contribuisce a trasformare il museo da oggetto a soggetto attivo dei processi culturali e dei progetti di intervento.
Il potenziamento e l'affinamento delle attività di conservazione e di valorizzazione alimentano le funzioni, altrettanto importanti e necessarie, di studio, educazione e promozione culturale ai diversi livelli della società: cosi il "museo degli oggetti" diventa il "museo dei concetti".
Questa nuova politica gestionale, che trae origine dal processo di profonda revisione e riqualificazione della struttura museale, ha animato, sin dall'inizio, l'operazione di ristrutturazione del Museo sulla base della precisa convinzione che tale struttura debba aprirsi al territorio, ovvero proiettare all'esterno un programma ricco e polivalente, capace di contribuire dinamicamente allo sviluppo culturale: il superamento della struttura "contenitore" si attua con la realizzazione di un luogo operativo e informativo, sede di più attività parallele, punto di incontro sociale o di espletamento di iniziative di interesse collettivo.
Il nostro museo deve oggi configurarsi quale istituto culturale al servizio dei cittadini, un presidio territoriale che deve agire organicamente sulle realtà "minori" (raccolte, aree archeologiche, piccoli musei) esistenti sul territorio: infatti, anche se individualmente non possono assurgere ad una dimensione strutturale di servizio, queste possono acquistare una loro piena identità, all'interno di un unico impianto riaggregante, identificabile nel "museo d'area".
La nostra struttura va quindi orientata anche verso il recupero delle zone a carattere turistico - culturale, con particolare attenzione all'ambiente naturale e alle sue risorse, per raccoglierne le testimonianze significative e proporle come strumento di conoscenza della stratificazione storica, valorizzandole nell'ambito di una pianificazione integrata.
Il Museo, ovviamente, è particolarmente adatto a promuovere iniziative in rapporto con le altre istituzioni presenti nel territorio, in piena coerenza con il potenziamento funzionale che le Leggi 142/90 e 127/97 comportano al ruolo della Provincia.
Quando disporremo di locali più ampi e adeguati moltiplicheremo i nostri sforzi, con o senza risorse specifiche: il museo, infatti, ogni hanno ha offerto al pubblico mostre, eventi culturali, dibattiti, iniziative editoriali, iniziative in collaborazione con scuole e molto altro ancora.
Se gli amministratori non ci sosterranno, condurremo iniziative con il supporto della collettività che sapremo coinvolgere, così come faceva Antonino Uccello, sollecitando il senso di orgoglio, il sentimento di identità e di appartenenza alla cultura degli iblei.
Infatti, noi vogliamo raggiungere in pieno tutto questo anche nel nostro territorio provinciale e le manifestazioni già organizzate e principalmente l’odierna manifestazione sono l’espressione  vera per raggiungere una cultura antica, permeata anche di solidarietà e di affascinanti proiezioni ideali nel gusto e nello stile.
Beni Culturali: lo stato delle cose
Per quanti lavorano nei musei e sul territorio le novità introdotte dal nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.L 42/2004) sono significative e non eludibili.
La partita del patrimonio culturale si gioca a partire da queste regole.
Si può essere più o meno bravi a giocare, ma le regole del gioco bisogna conoscerle.
In seguito al lavoro di ridefinizione dei suoi compiti e della sua natura giuridica, ratificato nell’Atto di indirizzo sugli Standard (2001), il museo ha assunto nel Codice la qualifica di istituto di cultura che prima non aveva: deve dotarsi di uno statuto e di un regolamento, deve rispettare determinati criteri tecnico-scientifici e avere un’organizzazione e delle professionalità che lo facciano vivere.
Il museo smette di essere uno statico contenitore di oggetti o di collezioni di oggetti: è “una struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio” (art. 101). Questa novità è già stata più volte segnalata.
Sulle prospettive che essa apre conviene insistere. Poiché nel Codice il museo diventa il vero perno della politica di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale nel suo complesso, insieme alle soprintendenze, alle biblioteche e agli archivi.
Questa funzione fondamentale viene assegnata agli istituti della cultura da una serie di articoli che precisano in che modo si eserciti la tutela e la valorizzazione dei beni culturali.
La tutela, definita dal Codice agli artt. 3-5, ha nello Stato il suo fondamentale interprete.
Tuttavia, in forza del processo di decentramento avviato negli ultimi anni, può giovarsi della cooperazione delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali (comuni, città metropolitane e province).
Questo principio, pur subordinato alla logica della sussidiarietà e alle procedure gerarchiche disposte dal titolo I della seconda parte del Codice, costituisce una prima sostanziale che sino a oggi è mancato al nostro Paese.
La novità è di particolare rilevanza per il settore demoetnoantropologico.
Le soprintendenze solo di recente hanno accolto nell’intitolazione questa categoria di beni e mancano ancora figure professionali organiche alle strutture periferiche dell’amministrazione statale (il reclutamento ci sarà ma sui numeri non è dato ancora fare previsioni).
Questa condizione comporta il necessario immediato coinvolgimento dell’ormai diffusa rete di musei, in alcuni casi inseriti o in via di inserimento in sistemi museali regionali, nella promozione di iniziative di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio.
Le eccellenze museali (vecchie e nuove) per fortuna nel nostro settore non mancano, e molti piccoli musei etnografici, grazie alla responsabilità e alle competenze dei loro direttori, sono ben disposti nei confronti di una trasformazione in senso istituzionale.
L’attenzione e il fiancheggiamento da parte di Simbdea e di questa rivista nei loro confronti, hanno voluto amplificarne la visibilità coinvolgendoli in un confronto che rappresenta un passo decisivo nel processo di accreditamento istituzionale richiesto dalla nuova normativa.
Se ieri eravamo abituati a pensare alla tutela e a demandarne l’esercizio ai soli due grandi storici musei nazionali, oggi c’è da credere che il futuro presenterà un nuovo scenario: soprintendenze, regioni e musei locali congiuntamente impegnati sul territorio a riconoscere e a catalogare, a salvaguardare e a (ri)consegnare alla fruizione pubblica, un patrimonio che non solo gli esperti ma la società civile nel suo complesso chiede di veder messo in valore.
C’è un ottimismo di fondo in questo discorso, che non vuole però eludere il delicato e complesso problema della professionalizzazione delle risorse umane da cui dipendono le buone pratiche museali nell’ambito della tutela. Su questo
fronte l’impegno è tuttavia forte.
E da parte nostra si manifesta senza trascurare quel serbatoio di competenze rappresentato dalla diffusa schiera di volontari dediti sul territorio alla promozione e alla patrimonializzazione delle tradizioni locali.
Ci muoviamo da sempre sul crinale dei rapporti tra professionisti di museo e volontari e abbiamo trovato diverse convergenze in seno alla Conferenza Nazionale delle Associazioni Museali promossa da Icom-Italia, cui si deve una preziosa Carta delle professioni museali e che il prossimo 4 dicembre si riunirà a Verona per discutere di volontariato.
Nel campo della salvaguardia dei beni storico-artistici e archeologici, di sicuro lo Stato vanta un’esperienza difficilmente eguagliabile, a breve o a medio termine, sul piano locale.
Ma il patrimonio culturale non è rappresentato esclusivamente dalle “Belle Arti” e bisogna convenire che l’operato delle soprintendenze, al di là dell’esercizio delle tradizionali competenze, sinora si è rivelato piuttosto inconsistente in altri campi patrimoniali.
L’assoluta indifferenza manifestata nei confronti di altri beni, tra cui il patrimonio demoetnoantropologico costituisce sicuramente sino a oggi il più ignorato, ha prodotto ritardi e guasti che sono sotto gli occhi di tutti: dall’analfabetismo scientifico a quello musicale e letterario, dalle devastazioni
Nel paesaggio al degrado di interi paesi e complessi architettonici considerati marginali, dalla rapina compiuta ai danni delle arti popolari o più genericamente “minori” alla loro selvaggia commercializzazione, fino all’impoverimento della memoria per le tradizioni culturali locali, l’immagine è quella di un Paese appiattito sulle mode del presente o con lo sguardo tutto rivolto al passato, incredibilmente votato all’oblio delle risorse che il patrimonio culturale in senso lato offre per lo sviluppo futuro.
E bisognerà pur riconoscere che se qualcosa è stato fatto per contrastare questa dissennata tendenza alla cancellazione della memoria e delle nostre articolate radici culturali, lo si deve soprattutto alla pervicace azione di isolati agenti locali, il cui impegno civile e la cui competenza hanno per fortuna trovato modo di sedimentarsi nelle esperienze dei centri di documentazione e dei musei territoriali.
Con buona pace di quanti temono l’estensione delle competenze sulla tutela a realtà oggi avviate sulla strada dell’istituzionalizzazione, è proprio a queste energie e tradizioni che possiamo guardare come a una risorsa per il futuro della società civile.
Gli articoli del Codice dedicati alla valorizzazione (l’intero Capo II del Titolo II) sono in questo senso altrettanto innovatori.
Oltre a sottolineare la cooperazione dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali nelle azioni di promozione e di valorizzazione, aprono un varco al coinvolgimento in queste stesse azioni di soggetti sia pubblici che privati.
Il sistema prevede l’affidamento da parte dello Stato, per ragioni di convenienza e opportunità, della gestione di istituti culturali ad altri soggetti pubblici.
Ovvero incentiva esperienze, già timidamente e non sempre felicemente sperimentate negli ultimi decenni, consistenti nella concessione in uso di beni o di servizi a società o consorzi di imprese, scelti previo concorso valutativo e poi controllate e coordinate dall’amministrazione pubblica.
Nel primo caso la materia investe direttamente la controversa situazione di alcuni musei statali rimasti fuori dal giro dei grandi poli museali: è il caso, tra gli altri, dei due musei nazionali di etnografia, il museo Pigorini e quello di Arti
e Tradizioni popolari.
Nel secondo la questione riguarda sia la promettente frontiera delle fondazioni (il caso del museo egizio di Torino, ma anche del “nostro” museo Guatelli a Ozzano Taro), sia la giungla dei possibili affidamenti dei servizi aggiuntivi, ultimamente risoltasi in discusse forme di gestione monopolistica del mercato dell’indotto museale.
Il punto è molto delicato e alimenta speranze e timori (di speculazioni, di efficaci forme di gestione, di ambigue imprese commerciali).
Il nuovo regolamento del Mibac è un banco di prova delle garanzie che si vorranno costruire attorno all’intera materia. La gestione della tutela e della valorizzazione dipende molto dall’assetto che si finirà per dare al Ministero, cioè dalle capacità di ordinamento e di funzionamento degli ingranaggi centrali e periferici della macchina istituzionale statale.
La bozza di regolamento in cantiere si preoccupa del settore dea esplicitando la creazione di un nuovissimo e da tempo auspicato Istituto centrale per la demoetnoantropologia, cui demandare l’indirizzo politico-culturale e il coordinamento delle diverse azioni normate dal Codice, dunque anche l’indicazione delle regole da adottare per una gestione il più possibile condivisa e coerente del patrimonio, sul piano statale come su quello generalmente territoriale.
La bozza si dimostra invece ancora una volta evasiva sul piano del ruolo che le istituzioni museali di interesse dea dovranno avere nel futuro assetto del Ministero.
A parte la riproposta dei grandi poli museali, il regolamento non menziona gli altri musei nazionali, che per il momento sembrano destinati a rimanere in balia del caso.
L’assenza di un pensiero museale, in un’amministrazione statale cresciuta nella convinzione che il museo sia un’appendice di soprintendenza ovvero un’azienda di produzione economica, sorprende e preoccupa insieme. Se c’è un futuro per i musei italiani, e segnatamente per quelli demoetnoantropologici, al momento lo si può dunque intravedere guardando al movimento, dinamico e creativo, dei piccoli e grandi musei locali, che si rispecchiano nel territorio, non smettono di fare ricerca e didattica sperimentale, e misurano il loro ruolo istituzionale con documenti di missione che mirano sia a soddisfare le richieste del pubblico sia a prospettare una crescita del livello di professionalità; con l’ambizione di garantire – nei fatti – una tutela attiva e una migliore valorizzazione del patrimonio culturale.

Toto Mirabile

2° CIRCOLO DIDATTICO  STATALE DI MARSALA
( Bambini della Scuola dell’Infanzia)
Dirigente Scolastico Prof.ssa De Bartoli Giovanna
Marsala, lì 22/05/2009

Il ruolo attuale del museo
Il ruolo attuale del museo va inquadrato e letto all'interno della più ampia problematica sulla "organizzazione della cultura", al fine di evitare non solo la vecchia idea dell'istituzione ottocentesca, ma anche la fuorviante illusione del tanto in voga "effimero".
In uno scenario contraddistinto dall'esigenza di tutela e valorizzazione, sia nel senso di memoria storica, sia per fini di sviluppo turistico, dalla maturazione velocissima di larghi strati della popolazione, che ha determinato una forte richiesta di partecipazione ai fenomeni culturali, e dall'attenzione crescente dei media per il nostro patrimonio, il tema della conoscenza dei beni culturali e del museo non è più monopolio degli addetti ai lavori, ma diviene materia di riflessione e di concreta operatività nel mondo della scuola e, in generale, in ampi segmenti della società civile.
Se, fino ad un recente passato, i compiti istituzionali di un museo erano quelli della raccolta, della conservazione e della valorizzazione dei materiali, oggi queste sfere operative non esauriscono la propria azione entro un ambito ristretto: si precisano e si ampliano, infatti, le funzioni connesse alla realizzazione ed alla produzione di iniziative culturali, nonché alle attività con caratteristiche di servizio che spaziano dal pubblico scolare a quello adulto, offrendo una vasta gamma di opzioni all'interno (attività sperimentali, gioco - apprendimento) e all'esterno dell'istituzione ("museo non museo , museo fuori del museo"). Ciò contribuisce a trasformare il museo da oggetto a soggetto attivo dei processi culturali e dei progetti di intervento.
Il potenziamento e l'affinamento delle attività di conservazione e di valorizzazione alimentano le funzioni, altrettanto importanti e necessarie, di studio, educazione e promozione culturale ai diversi livelli della società: cosi il "museo degli oggetti" diventa il "museo dei concetti".
Questa nuova politica gestionale, che trae origine dal processo di profonda revisione e riqualificazione della struttura museale, ha animato, sin dall'inizio, l'operazione di ristrutturazione del Museo sulla base della precisa convinzione che tale struttura debba aprirsi al territorio, ovvero proiettare all'esterno un programma ricco e polivalente, capace di contribuire dinamicamente allo sviluppo culturale: il superamento della struttura "contenitore" si attua con la realizzazione di un luogo operativo e informativo, sede di più attività parallele, punto di incontro sociale o di espletamento di iniziative di interesse collettivo.
Il nostro museo deve oggi configurarsi quale istituto culturale al servizio dei cittadini, un presidio territoriale che deve agire organicamente sulle realtà "minori" (raccolte, aree archeologiche, piccoli musei) esistenti sul territorio: infatti, anche se individualmente non possono assurgere ad una dimensione strutturale di servizio, queste possono acquistare una loro piena identità, all'interno di un unico impianto riaggregante, identificabile nel "museo d'area". La nostra struttura va quindi orientata anche verso il recupero delle zone a carattere turistico - culturale, con particolare attenzione all'ambiente naturale e alle sue risorse, per raccoglierne le testimonianze significative e proporle come strumento di conoscenza della stratificazione storica, valorizzandole nell'ambito di una pianificazione integrata.
Il Museo, ovviamente, è particolarmente adatto a promuovere iniziative in rapporto con le altre istituzioni presenti nel territorio, in piena coerenza con il potenziamento funzionale che le Leggi 142/90 e 127/97 comportano al ruolo della Provincia.
Quando disporremo di locali più ampi e adeguati moltiplicheremo i nostri sforzi, con o senza risorse specifiche: il museo, infatti, ogni hanno ha offerto al pubblico mostre, eventi culturali, dibattiti, iniziative editoriali, iniziative in collaborazione con scuole e università e molto altro ancora.
Se gli amministratori non ci sosterranno, condurremo iniziative con il supporto della collettività che sapremo coinvolgere, così come faceva Antonino Uccello, sollecitando il senso di orgoglio, il sentimento di identità e di appartenenza alla cultura degli iblei.
Infatti, noi vogliamo raggiungere in pieno tutto questo anche nel nostro territorio provinciale e le manifestazioni già organizzate e principalmente l’odierna manifestazione sono l’espressione  vera per raggiungere una cultura antica, permeata anche di solidarietà e di affascinanti proiezioni ideali nel gusto e nello stile.
Beni culturali: lo stato delle cose
Per quanti lavorano nei musei e sul territorio le novità introdotte dal nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.L 42/2004) sono significative e non eludibili.
La partita del patrimonio culturale si gioca a partire da queste regole.
Si può essere più o meno bravi a giocare, ma le regole del gioco bisogna conoscerle.
In seguito al lavoro di ridefinizione dei suoi compiti e della sua natura giuridica, ratificato nell’Atto di indirizzo sugli Standard (2001), il museo ha assunto nel Codice la qualifica di istituto di cultura che prima non aveva: deve dotarsi di uno statuto e di un regolamento, deve rispettare determinati criteri tecnico-scientifici e avere un’organizzazione e delle professionalità che lo facciano vivere.
Il museo smette di essere uno statico contenitore di oggetti o di collezioni di oggetti: è “una struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio” (art. 101). Questa novità è già stata più volte segnalata.
Sulle prospettive che essa apre conviene insistere. Poiché nel Codice il museo diventa il vero perno della politica di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale nel suo complesso, insieme alle soprintendenze, alle biblioteche e agli archivi.
Questa funzione fondamentale viene assegnata agli istituti della cultura da una serie di articoli che precisano in che modo si eserciti la tutela e la valorizzazione dei beni culturali.
La tutela, definita dal Codice agli artt. 3-5, ha nello Stato il suo fondamentale interprete.
Tuttavia, in forza del processo di decentramento avviato negli ultimi anni, può giovarsi della cooperazione delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali (comuni, città metropolitane e province). Questo principio, pur subordinato alla logica della sussidiarietà e alle procedure gerarchiche disposte dal titolo I della seconda parte del Codice, costituisce una prima sostanziale che sino a oggi è mancato al nostro Paese.
La novità è di particolare rilevanza per il settore demoetnoantropologico.
Le soprintendenze solo di recente hanno accolto nell’intitolazione questa categoria di beni e mancano ancora figure professionali organiche alle strutture periferiche dell’amministrazione statale (il reclutamento ci sarà ma sui numeri non è dato ancora fare previsioni).
Questa condizione comporta il necessario immediato coinvolgimento dell’ormai diffusa rete di musei, in alcuni casi inseriti o in via di inserimento in sistemi museali regionali, nella promozione di iniziative di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio.
Le eccellenze museali (vecchie e nuove) per fortuna nel nostro settore non mancano, e molti piccoli musei etnografici, grazie alla responsabilità e alle competenze dei loro direttori, sono ben disposti nei confronti di una trasformazione in senso istituzionale.
L’attenzione e il fiancheggiamento da parte di Simbdea e di questa rivista nei loro confronti, hanno voluto amplificarne la visibilità coinvolgendoli in un confronto che rappresenta un passo decisivo nel processo di accreditamento istituzionale richiesto dalla nuova normativa. Se ieri eravamo abituati a pensare alla tutela e a demandarne l’esercizio ai soli due grandi storici musei nazionali, oggi c’è da credere che il futuro presenterà un nuovo scenario: soprintendenze, regioni e musei locali congiuntamente impegnati sul territorio a riconoscere e a catalogare, a salvaguardare e a (ri)consegnare alla fruizione pubblica, un patrimonio che non solo gli esperti ma la società civile nel suo complesso chiede di veder messo in valore.
C’è un ottimismo di fondo in questo discorso, che non vuole però eludere il delicato e complesso problema della professionalizzazione delle risorse umane da cui dipendono le buone pratiche museali nell’ambito della tutela. Su questo
fronte l’impegno è tuttavia forte. E da parte nostra si manifesta senza trascurare quel serbatoio di competenze rappresentato dalla diffusa schiera di volontari dediti sul territorio alla promozione e alla patrimonializzazione delle tradizioni locali. Ci muoviamo da sempre sul crinale dei rapporti tra professionisti di museo e volontari e abbiamo trovato diverse convergenze in seno alla Conferenza Nazionale delle Associazioni Museali promossa da Icom-Italia, cui si deve una preziosa Carta delle professioni museali e che il prossimo 4 dicembre si riunirà a Verona per discutere di volontariato.
Nel campo della salvaguardia dei beni storico-artistici e archeologici, di sicuro lo Stato vanta un’esperienza difficilmente eguagliabile, a breve o a medio termine, sul piano locale.
Ma il patrimonio culturale non è rappresentato esclusivamente dalle “Belle Arti” e bisogna convenire che l’operato delle soprintendenze, al di là dell’esercizio delle tradizionali competenze, sinora si è rivelato piuttosto inconsistente in altri campi patrimoniali.
L’assoluta indifferenza manifestata nei confronti di altri beni, tra cui il patrimonio demoetnoantropologico costituisce sicuramente sino a oggi il più ignorato, ha prodotto ritardi e guasti che sono sotto gli occhi di tutti: dall’analfabetismo scientifico a quello musicale e letterario, dalle devastazioni del paesaggio al degrado di interi paesi e complessi architettonici considerati marginali, dalla rapina compiuta ai danni delle arti popolari o più genericamente “minori” alla loro selvaggia commercializzazione, fino all’impoverimento della memoria per le tradizioni culturali locali, l’immagine è quella di un Paese appiattito sulle mode del presente o con lo sguardo tutto rivolto al passato, incredibilmente votato all’oblio delle risorse che il patrimonio culturale in senso lato offre per lo sviluppo futuro.
E bisognerà pur riconoscere che se qualcosa è stato fatto per contrastare questa dissennata tendenza alla cancellazione della memoria e delle nostre articolate radici culturali, lo si deve soprattutto alla pervicace azione di isolati agenti locali, il cui impegno civile e la cui competenza hanno per fortuna trovato modo di sedimentarsi nelle esperienze dei centri di documentazione e dei musei territoriali.
Con buona pace di quanti temono l’estensione delle competenze sulla tutela a realtà oggi avviate sulla strada dell’istituzionalizzazione, è proprio a queste energie e tradizioni
che possiamo guardare come a una risorsa per il futuro della società civile.
Gli articoli del Codice dedicati alla valorizzazione (l’intero Capo II del Titolo II) sono in questo senso altrettanto innovatori.
Oltre a sottolineare la cooperazione dello Stato, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali nelle azioni di promozione e di valorizzazione, aprono un varco al coinvolgimento in queste stesse azioni di soggetti sia pubblici che privati. Il sistema prevede l’affidamento da parte dello Stato, per ragioni di convenienza e opportunità, della gestione di istituti culturali ad altri soggetti pubblici. Ovvero incentiva esperienze, già timidamente e non sempre felicemente sperimentate negli ultimi decenni, consistenti nella concessione in uso di beni o di servizi a società o consorzi di imprese, scelti previo concorso valutativo e poi controllate e coordinate dall’amministrazione pubblica.
Nel primo caso la materia investe direttamente la controversa situazione di alcuni musei statali rimasti fuori dal giro dei grandi poli museali: è il caso, tra gli altri, dei due musei nazionali di etnografia, il museo Pigorini e quello di Arti
e Tradizioni popolari. Nel secondo la questione riguarda sia la promettente frontiera delle fondazioni (il caso del museo egizio di Torino, ma anche del “nostro” museo Guatelli a Ozzano Taro), sia la giungla dei possibili affidamenti
dei servizi aggiuntivi, ultimamente risoltasi in discusse forme di gestione monopolistica del mercato dell’indotto museale.
Il punto è molto delicato e alimenta speranze e timori (di speculazioni, di efficaci forme di gestione, di ambigue imprese commerciali). Il nuovo regolamento del Mibac è un banco di prova delle garanzie che si vorranno costruire attorno all’intera materia. La gestione della tutela e della valorizzazione dipende molto dall’assetto che si finirà per dare al Ministero, cioè dalle capacità di ordinamento e di funzionamento degli ingranaggi centrali e periferici della macchina istituzionale statale.
La bozza di regolamento in cantiere si preoccupa del settore dea esplicitando la creazione di un nuovissimo e da tempo auspicato Istituto centrale per la demoetnoantropologia, cui demandare l’indirizzo politico-culturale e il coordinamento delle diverse azioni normate dal Codice, dunque anche l’indicazione delle regole da adottare per una gestione il più possibile condivisa e coerente del patrimonio, sul piano statale come su quello generalmente territoriale.
La bozza si dimostra invece ancora una volta evasiva sul piano del ruolo che le istituzioni museali di interesse dea dovranno avere nel futuro assetto del Ministero. A parte la riproposta dei grandi poli museali, il regolamento non menziona gli altri musei nazionali, che per il momento sembrano destinati a rimanere in balia del caso.
L’assenza di un pensiero museale, in un’amministrazione statale cresciuta nella convinzione che il museo sia un’appendice di soprintendenza ovvero un’azienda di produzione economica, sorprende e preoccupa insieme. Se c’è un futuro per i musei italiani, e segnatamente per quelli demoetnoantropologici, al momento lo si può dunque intravedere guardando al movimento, dinamico e creativo, dei piccoli e grandi musei locali, che si rispecchiano nel territorio, non smettono di fare ricerca e didattica sperimentale, e misurano il loro ruolo istituzionale con documenti di missione che mirano sia a soddisfare le richieste del pubblico sia a prospettare una crescita del livello di professionalità; con l’ambizione di garantire – nei fatti – una tutela attiva e una migliore valorizzazione del patrimonio culturale.
Totò Mirabile

Il Gioco degli scacchi nella tradizione siciliana 01/08/2009

Il ruolo attuale del museo

Il ruolo attuale del museo va inquadrato e letto all'interno della più ampia problematica sulla "organizzazione della cultura", al fine di evitare non solo la vecchia idea dell'istituzione ottocentesca, ma anche la fuorviante illusione del tanto in voga "effimero".
In uno scenario contraddistinto dall'esigenza di tutela e valorizzazione, sia nel senso di memoria storica, sia per fini di sviluppo turistico, dalla maturazione velocissima di larghi strati della popolazione, che ha determinato una forte richiesta di partecipazione ai fenomeni culturali, e dall'attenzione crescente dei media per il nostro patrimonio, il tema della conoscenza dei beni culturali e del museo non è più monopolio degli addetti ai lavori, ma diviene materia di riflessione e di concreta operatività nel mondo della scuola e, in generale, in ampi segmenti della società civile.
Se, fino ad un recente passato, i compiti istituzionali di un museo erano quelli della raccolta, della conservazione e della valorizzazione dei materiali, oggi queste sfere operative non esauriscono la propria azione entro un ambito ristretto: si precisano e si ampliano, infatti, le funzioni connesse alla realizzazione ed alla produzione di iniziative culturali, nonché alle attività con caratteristiche di servizio che spaziano dal pubblico scolare a quello adulto, offrendo una vasta gamma di opzioni all'interno (attività sperimentali, gioco - apprendimento) e all'esterno dell'istituzione ("museo non museo , museo fuori del museo").
Ciò contribuisce a trasformare il museo da oggetto a soggetto attivo dei processi culturali e dei progetti di intervento.
Il potenziamento e l'affinamento delle attività di conservazione e di valorizzazione alimentano le funzioni, altrettanto importanti e necessarie, di studio, educazione e promozione culturale ai diversi livelli della società: cosi il "museo degli oggetti" diventa il "museo dei concetti".
Questa nuova politica gestionale, che trae origine dal processo di profonda revisione e riqualificazione della struttura museale, ha animato, sin dall'inizio, l'operazione di ristrutturazione del Museo sulla base della precisa convinzione che tale struttura debba aprirsi al territorio, ovvero proiettare all'esterno un programma ricco e polivalente, capace di contribuire dinamicamente allo sviluppo culturale: il superamento della struttura "contenitore" si attua con la realizzazione di un luogo operativo e informativo, sede di più attività parallele, punto di incontro sociale o di espletamento di iniziative di interesse collettivo.
Il nostro museo deve oggi configurarsi quale istituto culturale al servizio dei cittadini, un presidio territoriale che deve agire organicamente sulle realtà "minori" (raccolte, aree archeologiche, piccoli musei) esistenti sul territorio: infatti, anche se individualmente non possono assurgere ad una dimensione strutturale di servizio, queste possono acquistare una loro piena identità, all'interno di un unico impianto riaggregante, identificabile nel "museo d'area".
La nostra struttura va quindi orientata anche verso il recupero delle zone a carattere turistico - culturale, con particolare attenzione all'ambiente naturale e alle sue risorse, per raccoglierne le testimonianze significative e proporle come strumento di conoscenza della stratificazione storica, valorizzandole nell'ambito di una pianificazione integrata.
Il Museo, ovviamente, è particolarmente adatto a promuovere iniziative in rapporto con le altre istituzioni presenti nel territorio, in piena coerenza con il potenziamento funzionale che le Leggi 142/90 e 127/97 comportano al ruolo della Provincia.
Quando disporremo di locali più ampi e adeguati moltiplicheremo i nostri sforzi, con o senza risorse specifiche: il museo, infatti, ogni hanno ha offerto al pubblico mostre, eventi culturali, dibattiti, iniziative editoriali, iniziative in collaborazione con scuole e molto altro ancora.
Se gli amministratori non ci sosterranno, condurremo iniziative con il supporto della collettività che sapremo coinvolgere, così come faceva Antonino Uccello, sollecitando il senso di orgoglio, il sentimento di identità e di appartenenza alla cultura degli iblei.
Infatti, il Museo Mirabile vuole raggiungere in pieno tutto questo anche nel nostro territorio provinciale e le manifestazioni già organizzate e principalmente l’odierna manifestazione sono l’espressione  vera per raggiungere una cultura antica, permeata anche di solidarietà e di affascinanti proiezioni ideali nel gusto e nello stile.
Il Museo Mirabile ha voluto ospitare l’Associazione Scacchistica Lilibetana di Marsala per volere onorare uno dei più nobili ed antichi giochi, quello degli Scacchi che fa parte della nostra tradizione siciliana.
Il gioco degli scacchi
La Storia
“Ogni giocatore di scacchi confermerà volentieri che il gioco degli Scacchi, questo meraviglioso dono dell’oriente, è non solamente il più nobile e più bello di tutti i giochi, ma procura anche i più grandi piaceri intellettuali, perché si colloca alla frontiera fra il gioco, l’arte la scienza.” (Siegbert Tarrash)
Le origini
Il gioco degli scacchi è da sempre considerato uno tra i più nobili e complessi giochi che l’umanità abbia dato alla luce.
E’ anche ricoperto da un alone di mistero, che ci fa chiedere come facciano grandi campioni a rimanere per ore davanti ad una scacchiera senza dar segni di stanchezza, salvo poi alzarsi completamente sudati dalla fatica fatta, oppure come sia possibile giocare un’intera partita senza però avere la scacchiera di fronte, usando solo quanto la memoria riesce a offrir loro, o ancora, ritornando indietro nei secoli, in che tempo e in che modo essi siano nati.
Secondo gli ultimi studi, il gioco degli scacchi trova le sue origini nell’India dell’II o III secolo d.C., e si pensa derivi dai dadi; si presume infatti che inizialmente esistesse un gioco, le cui regole ricordano quelle del gioco dell’oca.
Gli scacchi iniziano presto a diffondersi in diverse direzioni: marciano verso Est lungo lo stesso itinerario del buddismo e quindi conquistano a Nord Est la Cina e a Sud Est la Tailandia; dalla Cina passano in Corea e in Giappone
Arrivati in Persia ai tempi di Cosroe, gli scacchi si diffondono, lentamente, ma costantemente in due direzioni: Nord e Ovest.
Gli storici sono concordi nell’affermare che gli arabi conobbero gli scacchi in seguito all’invasione della Persia nel 641. Li diffusero, assieme alla matematica greca e all’aritmetica indiana, fino al Marocco, poi nella penisola iberica, quando nel 711 passarono lo stretto di Gibilterra, e in Sicilia, probabilmente già nei 75 anni, dall’827 al 902, che ci misero per conquistarla.
Il medioevo
Sono all’incirca dell’anno 1000 le prime testimonianze scritte di epoca medioevale, e la loro provenienza va ritrovata nella penisola iberica. Questo dato non deve stupire, visto che proprio qui fu più forte l'influenza degli arabi.
Il rinascimento
Nel XVI secolo gli scacchi raggiunsero un periodo di grande fulgore e fiorirono i primi famosi giocatori del gioco moderno.
All’epoca dei viceré spagnoli gli scacchi erano ufficialmente considerati il gioco di corte, ma specialmente l'Italia divenne la patria di campioni che i regnanti di tutte le corti si contesero senza badare a spese, organizzando tornei e sfide con ricchi premi.
In primo luogo è doveroso citare le figure di Leonardo Cutrio, o da Cutro, (1552-1597), detto "il Puttino", e del suo grande rivale Paolo Boi (1528-1598), soprannominato "il Siracusano".
Si racconta che Leonardo da Cutro riuscì perfino a liberare suo fratello, catturato dai feroci Saraceni, giocandone la libertà a scacchi con il capo dei pirati.
L’illuminismo
E’ il Settecento che ospita il primo vero giocatore teorico, cioè il francese André Francoise Danican Philidor, detto "il Grande", nato a Dreux nel 1726, che può essere considerato senza ombra di dubbio il maggiore trattatista del XVIII secolo.
Fu nel periodo di Philidor che i giocatori di scacchi presero l'abitudine di incontrarsi nei caffè delle città, luogo di ritrovo anche di artisti e letterati.
In Inghilterra, fra il 1700 ed il 1770, furono molto frequentati dai giocatori di scacchi il Caffè Parshoe ed il Caffè Tom, entrambi a Londra.
Il Caffè Tom divenne successivamente la sede ufficiale del famoso London Chess Club, al quale erano iscritti i migliori scacchisti inglesi.
Il diciannovesimo secolo
La prosperità economica del XIX secolo portò a un aumento del numero di persone dotate di cultura sufficiente a trovare appassionanti gli scacchi.
Fu in questo periodo che nacquero club destinati esclusivamente agli scacchi.
Il ventesimo secolo
Gli scacchi fiorirono nel secolo scorso, sia in popolarità che in tecnica.
Come altre manifestazioni, anche gli scacchi durante la prima guerra mondiale videro un calo di attività nei Paesi coinvolti.
Il più importante cambiamento amministrativo del XX secolo fu la creazione della federazione mondiale per gli scacchi. Nell'estate del 1924, delegati provenienti da 15 Paesi si incontrarono a Parigi e costituirono la FIDE, (Féderation Internationale des Éches).
Il gioco degli scacchi vede nascere, dunque, anche in Sicilia numerosi club dove ci si incontra per giocare e si organizzano tornei.
Una delle cose che più risalta, però, quando è in corso un torneo di scacchi, è la presenza predominante di popolazione maschile con qualche raro caso di apparizione femminile.
Anche l’età delle poche giocatrici non passa indifferente, e, a parte qualche donna, moltissime ancora non hanno compiuto la maggiore età.
Allo stesso modo, l’impressione che dà entrare in un circolo scacchistico fa credere che questo gioco sia di competenza unicamente maschile.
Tuttavia com’è noto, negli scacchi non entrano in campo i muscoli o la prestanza fisica, motivo che spiegherebbe tale differenza di partecipazione, ma il confronto è diretto tra due intelligenze, due esperienze, due abilità che si fronteggiano a suon di idee, intuizioni e strategie, tutte cose che dovrebbero appartenere parimenti sia al genere maschile che a quello femminile.
Da notare poi, che non si parla di un effetto evidente su un unico territorio, come quello siciliano, ma la carenza di giocatrici è presente a livello nazionale e mondiale.
E allora qual è la causa di questa discrepanza nel numero? Secondo alcuni il gioco degli scacchi, per le sue caratteristiche, non piace alle donne, secondo altri la donna è talmente impegnata a gestire la propria vita e la propria casa che dopo una certa età perde la possibilità di continuare seriamente l’attività, per altri ancora la donna non è portata e basta.
Arrivati a questo punto, corre l’obbligo ricordare,la prima scacchista siciliana: Macalda Scaletta (XIII secolo).
Il Professore Santi Correnti uno dei più noti studiosi siciliani di storia. Nato a Riposto (CT) è stato titolare dellacattedra di Storia Moderna nella Facoltà di Magistero dell'Università di Catania, nel suo libro La Sicilia del Seicento, società e cultura, a pagina 216-217 troviamo un riferimento importantissimo, il nome della prima scacchista siciliana: il gioco degli scacchi ... fu praticato in Sicilia anche dalle donne, come è attestato dal famoso episodio di Macalda, l'ambiziosa e intrigante moglie di quell' Alaimo da Lentini che fu uno dei principali protagonisti dei Vespri siciliani, che durante la sua prigionia nel castello di Matagrifone di Messina, giocava a scacchi con l'emiro Margan Ibn Sebir, anch'egli prigioniero di re Pietro III d'Aragona.
Per gli appassionati di storia degli scacchi è una informazione molto mportante. Finora, infatti, i primi scacchisti siciliani sui quali si aveva un cenno storico erano: Armini, Branci e Li Grechi (Armini, e Branci vissero sotto l'imperio del suddetto Carlo, furono Palermitani, e giocatori di molto no me ... Don Matteo li Grechi Siciliano della città di Termini fu celebre nel medesimo tempo, compose alcune stanze delle leggi del gioco degli Scacchi ...
(De' Giocatori , e di Coloro, che scrissero del gioco, Cap. XII pag. 88 - Il Gioco de gli scacchi di Pietro Carrera - Militello - Catania - 1617).
L'annotazione del Professore Correnti sposta, quindi, di ben 250 anni la prima documentazione storica su uno scacchista siciliano.
L'emiro Margan Ibn Sebir, infatti, fu tenuto in prigionia dal Settembre/Ottobre 1284 fino al 1289.
Macalda Scaletta venne imprigionata nel carcere di Matagrifone il 19 Febbraio del 1285, dopo la partenza del marito, Alaimo da Lentini, avvenuta il 19 Novembre 1284.
Dunque, è possibile datare in maniera certa le partite a scacchi tra Macalda Scaletta e Margan Ibn Sebir, tra il 1285 (dopo il 19 Febbraio) e il 1289.
In conclusione, arrivati a questo punto, permettetemi di dedicare la manifestazione alle donne, e aver ricordato Macalda Scaletta, la prima giocatrice donna, possa essere un augurio affinché molte di loro si possano avvicinare a questo nobile gioco, con la certezza che diventeranno campionesse al pari di Macalda e, con una battuta….,vengano a visitare il Museo Mirabile.

Ricerche elaborate da Totò Mirabile.

ANNO 2010
 

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Ultimo aggiornamento Martedì 18 Gennaio 2011 09:32
 

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